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La leggenda di Aang: tornare bambini per diventare adulti

Acqua, Terra, Fuoco, Aria.
Molto tempo fa nel mondo regnava la più completa armonia, poi tutto cambiò quando la nazione del Fuoco decise di attaccare. Solo l’Avatar, padrone di tutti e quattro gli elementi poteva fermarli, ma quando il mondo aveva più bisogno di lui scomparve.

È così che inizia una delle migliori serie animate che io abbia mai visto. Sto parlando di Avatar: La leggenda di Aang (anche conosciuta con il titolo inglese Avatar: The Last Airbender). Forse qualcuno la guardava da bambino sui classici canali di cartoni animati. Io, invece, l’ho scoperta solo di recente: evidentemente ho vissuto la mia infanzia sotto una pietra, perché sono anche una delle poche a non aver mai usato MSN...

Avatar: La leggenda di Aang è ambientato in un tempo passato e in un mondo fantastico, costituito (in tempi di pace) da quattro nazioni: la tribù dell’Acqua, il regno della Terra, la nazione del Fuoco e i nomadi dell’Aria. Oltre alla gente comune, in questo mondo esistono alcune persone speciali che possiedono il cosiddetto dominio, ovvero riescono a controllare uno dei quattro elementi naturali. L’equilibrio tra gli elementi assicura la pace, ma quando uno di essi prende il sopravvento, il mondo cade nel caos.

I dominatori possono controllare solo l’elemento corrispondente alla propria nazione, ma esiste un dominatore in particolare, uno solo nello spazio e nel tempo, che invece può dominare tutti e quattro gli elementi: l’Avatar. La parola “Avatar” significa incarnazione di una divinità e l’Avatar è proprio questo: un dio potente che mantiene in equilibrio il mondo, ma allo stesso tempo è anche umano, un uomo o una donna che vive tra la gente comune. Inoltre, l’Avatar è sempre e solo uno, lo stesso spirito che si reincarna all’infinito.

All’inizio della serie il mondo è nel caos: la nazione del Fuoco vuole conquistare il mondo e già i nomadi dell’Aria sono estinti. Il leader supremo non si accontenta di invadere gli altri territori, ma vuole trovare l’Avatar, così da controllare tutti gli elementi ed essere invincibile. Unico problema: l’Avatar sembra essere scomparso da quasi 100 anni… ma un giorno, mentre i fratelli della tribù dell’Acqua, Katara e Sokka, sono alle prese con i loro bisticci, si imbattono in un uno strano iceberg in cui riposa Aang, l’ultimo dominatore dell’Aria superstite. L’Avatar.
Aang è ancora un ragazzino – nonostante i 100 anni di ibernazione e i suoi centinaia di anni di vite passate – ma conosce il destino che lo aspetta: riportare equilibrio nel mondo.

In questa impresa non sarà solo! Con lui ci saranno la dominatrice dell’Acqua Katara e suo fratello Sokka (just a guy with a boomerang), insieme ad Appa, il bisonte volante sul quale viaggeranno. Purtroppo il trio sarà accompagnato anche da un altro, più sgradevole compagno di viaggio: Zuko, erede al trono della nazione del Fuoco, diseredato e alla ricerca disperata dell’Avatar proprio per riscattare il proprio onore. Aang dovrà prima di tutto imparare a dominare gli altri elementi e, solo quando sarà pronto, mettere fine alla guerra. Tra uno scontro e l’altro, ci sarà tempo di stringere amicizie, fare esperienze, divertirsi e soprattutto crescere.

Il punto di forza della serie sono i personaggi, tutti caratterizzati in modo unico e soprattutto attingendo a una vasta gamma di modelli. C’è Toph, una bambina cieca, che grazie al suo dominio della Terra riesce a vivere in armonia con l’ambiente esterno. C’è Suki, una guerriera Kyoshi che combatte per la resistenza; Iroh, lo zio di Zuko, un anziano saggio e fissato con il the, che saprà darvi i migliori consigli di vita, e molti altri ancora. Il character developement che ognuno di questi personaggi affronterà nel corso delle tre stagioni è davvero meraviglioso. Di solito è difficile essere contenti della conclusione dei singoli personaggi, ma con Avatar posso ritenermi soddisfatta: ogni personaggio ha avuto ciò che meritava (soprattutto Zuko).

Un grande apprezzamento va anche al world building, ovvero tutto ciò che riguarda l’ambientazione e la lore, per il quale i creatori hanno fatto accurate ricerche, ripagate dall’apprezzamento dei fan. Il mondo di Avatar si ispira all’arte e alla mitologia asiatica, combinando influenze cinesi, coreane e indiane, il tutto in modo rispettoso e anche divulgativo. Dal punto di vista visivo, queste influenze si notano negli abiti e nello stile di combattimento di ogni nazione: l’aspetto di Aang ricorda quello di un monaco buddhista, i dominatori dell’Acqua vestono con parka Inuit e combattono in stile Tai Chi. Nel regno della Terra ci sono influenze coreane; infine, gli abiti dei dominatori del Fuoco sono ispirati al sud-est asiatico e combattono in stile Shaolin.

La pergamena del dominio dell’Acqua, da cui Katara impara nuove combinazioni di movimenti

Ogni nazione, quindi, ha una propria identità e alla fine vi sentirete di aver compiuto un vero viaggio in queste culture e di conoscerne meglio i principi, soprattutto spirituali. L’aspetto “morale”, infatti, non è da sottovalutare: personaggi come Aang, Iroh e gli altri guru che il gruppo incontrerà nel corso della storia, sapranno toccarvi davvero il cuore con le loro parole e farvi scendere quel tipo di lacrime che ti fanno sentire bene quando le versi. Alla fine, la morale è questa: guarda dentro te stesso e non aver paura di scoprire la verità, anche se non è la verità che ti aspetti. Penso che guardare Avatar sia un buon modo per comprendere meglio la stratificazione delle nostre emozioni.

Adesso, so cosa starete pensando: va bene, è una serie culturalmente interessante, introspettiva, ben scritta, ma… io vorrei guardare qualcosa per divertirmi! Ancora una volta, Avatar fa al caso vostro! Prima di tutto è una serie che diverte: vi ritroverete a ridere alle battute stupide di Sokka, ai commenti sarcastici di Toph e alle disavventure del venditore di cavoli. Tutti gli aspetti più “seri” sono immersi in questo piacevole substrato: questa serie è precious e wholesome.

Fidatevi di me e guardate questa serie (disponibile su Netflix): lasciatevi stupire nello stesso modo in cui io, una 24enne, mi sono commossa davanti a una serie per ragazzini. Esistono pochi prodotti mediatici che, seppur scritti per un certo target, riescono a comunicare il loro messaggio a tutti, e Avatar è tra questi.

Alessia

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She took the midnight train going… to Europe

Oggi desidero tornare alle mie origini: nel lontano 2017, agli inizio del blog, avevo scritto la recensione per un film di Bollywood, Ram-Leela, un retelling di Romeo e Giulietta. Era il mio primo film bollywoodiano, ed è risaputo che la prima volta non si scorda mai. Se non avete mai visto un film di Bollywood, forse non ne conosce la caratteristica più iconica… e no, non parlo delle musiche e dei balli, ma della lunghezza di queste pellicole: dalla due ore in su. Ma non spaventatevi, perché con il film giusto quelle due ore passano che è un piacere! Il film Queen mi ha prima di tutto sorpresa: lo sviluppo della trama, i legami tra i personaggiE’ difficile che un film mi sorprenda tanto da spingermi a parlarne, ma questo è il caso di Queen.

Protagonista del film è Rani (il suo nome significa “regina”, come il titolo del film). Rani è una ragazza di Delhi cresciuta in una amorevole famiglia, legata sì alle tradizioni, ma allo stesso tempo comprensiva. Manca pochissimo al matrimonio tra Rani e Vijay, e attraverso una serie di flashback sono raccontati i momenti più salienti della loro conoscenza, agevolata anche dalla conoscenza tra le due famiglie. Insomma, tutto sembra andare per il verso giusto… ma il giorno prima del matrimonio (e immaginiamo quanto i matrimoni indiani siano elaborati) Vijay decide di lasciare Rani con una serie di scuse: lui vuole viaggiare, andare all’estero, mentre lei è troppo tradizionale.

Distrutta dalla notizia e imbarazzata di fronte a tutti i suoi parenti, Rani si barrica in camera, circondata dagli ormai inutili regali di nozze e dal pensiero dei suoi progetti futuri… E’ forse un lampo di lucidità, quello che attraversa la mente di Rani, o forse un sano egoismo: ciò che attendeva più di tutto era andare in viaggio di nozze e adesso… non solo non si sposa, ma dovrebbe perdere anche questa possibilità? No, pensa Rani, quello era il mio sogno, e me lo riprendo! E in fondo, è stato già tutto pagato, perché non farlo? Io non la biasimerei di certo!

Dunque, Rani parte, tra la preoccupazione dei genitori, ma anche il loro sostegno. Le sue destinazioni sono due splendide città europee, Parigi e Amsterdam, un viaggio che Rani inizierà in solitaria, spaventata sia per non essere mai stata prima all’estero, sia per la barriera linguistica, ma che concluderà portandosi nel cuore quattro nuovi amici di diversa nazionalità e nuove consapevolezze.

L’aspetto più bello del film sono proprio i legami che Rani stringe con i suoi temporanei compagni di viaggio. La sua prima conoscenza nella sconosciuta Parigi sarà una ragazza disinvolta di nome Vijayalakshmi (che, per sfortuna di Rani, si fa chiamare con il diminutivo Vijay, che le ricorderà proprio il suo ex fidanzato), che lavora come cameriera nel suo albergo. Nella seconda tappa, invece, ad Amsterdam, per una serie di vicissitudini Rani sarà costretta ad alloggiare in un tipico youth hostel e a condividere la camera con tre ragazzi internazionali: Taka dal Giappone, Tim dalla Francia e Oleksander dalla Russia. Titubante e diffidente all’inizio, pian piano Rani si apre a queste persone, condividendo parte dei rispettivi viaggi e vite.

Seguire Rani nel suo viaggio mi ha fatto venire una voglia matta di andare in Interrail, non solo per visitare le città e le sue bellezze, ma anche per incontrare persone di altre nazionalità unite dalle stesse circostanze del viaggio: sconosciuti che si incontrano solo per un breve momento e solo per caso, lasciando però un segno importante. Molto poetico, forse utopico, ma è ciò che questo film mi ha trasmesso.

Un aspetto interessante del film è che Rani conosce poche parole in inglese, e per questo motivo fatica a comunicare. Questo sarebbe potuto risultare in un film lento ed estenuante per lo spettatore, di fronte a una protagonista che non riesce a parlare con gli altri personaggi. Invece no: il film esprime questa barriera linguistica, ma senza renderla una barriera alla visione del film in sé. Questo è particolarmente interessante per le scene di Amsterdam, dove Rani si trova “linguisticamente” sola per la prima volta, quando invece a Parigi aveva avuto sempre la compagnia della connazionale Vijayalakshmi, e inoltre i tre ragazzi con cui fa amicizia sono di nazionalità tutte diverse.

La parte ambientata ad Amsterdam è proprio la mia preferita: Rani e i suoi amici parlano un inglese maccheronico, parlano a gesti e per immagini, eppure riescono a capirsi e a organizzarsi per fare tante cose insieme: andare a un concerto, partecipare a una gara di cucina… Quello che ne emerge è una amicizia sicuramente temporanea, legata al tempo limitato che possono condividere, ma in cui ognuno mostra le parti più importanti di sé, che risultano anche essere elementi in comune: la mancanza dei genitori lontani, il sostegno durante i momenti di difficoltà e il superamento di alcune ferite.

Un’ultima cosa che vorrei segnalare, infine, è la rappresentazione dell’italianità. Infatti, Rani incontrerà il proprietario di un ristorante italiano ad Amsterdam. I due si incontrano in una circostanza conflittuale: dopo aver ordinato un piatto italiano, Rani afferma di trovarlo poco saporito e vorrebbe aggiungerci più spezie, scatenando ovviamente lo sdegno del cuoco italiano. Nonostante questo personaggio sia secondario, ho davvero apprezzato la sua rappresentazione. Certo, è uno stereotipo, ma secondo me si tratta di uno stereotipo a cui siamo quasi affezionati: l’italiano fermamente convinto che la sua sia la cucina migliore del mondo. A questo si aggiunge anche il fatto che l’attore che lo interpreta è un vero italiano (cosa non scontata): parla inglese con un accento molto credibile e gesticola proprio come un italiano! Insomma, non mi aspettavo proprio questo personaggio, ma sono rimasta davvero sorpresa!

Bruschetta mista, prosciutto e melone, zucchina ripiena. La lavagna con il menù mi ha fatto volare 🤌🤌

Il viaggio di Rani si conclude con una maggiore consapevolezza di ciò che c’è lì fuori, ma anche di cosa si dimostra essere importante per lei, alla fine di tutto. Queen mi ha commosso, divertito, ispirato. Vi consiglio vivamente questo film e fatemi sapere la vostra!

Alessia

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Breve storia horror: film tratti dai libri

Per noi lettori la storia è sempre la stessa: leggiamo un libro, ci piace. Scopriamo che ne hanno tratto un film, decidiamo di guardarlo. Ancora freschi di lettura, ricordiamo tutti i particolari, tuttavia sappiamo di dover essere comprensivi e di non avere aspettative troppo elevate: un film non potrà mai essere fedele al libro in tutto e per tutto.

Alla fine ci accontentiamo, anche se vengono tagliate delle scene per motivi di tempo. Poi arriva quel particolare che fa ci corrugare la fronte… ma quella ragazza? C’era una motivazione seria dietro le sue azioni, perché non hanno citato nulla? E nel libro il protagonista si era salvato perché aveva elaborato un bel piano! Perché nel film sembra che tutto succeda a caso?images.jpg

È in quei momenti che un lettore si domanda: perché (proprio a me)? Perché cambiare la storia? Cosa costa al regista o produttore del film seguire la trama originale? Questo discorso vale per centinaia di film e serie tv tratte da libri, ma in questo caso mi riferirò a Battle Royale di Koushun Takami, perché è quello che ho letto/visto di recente. (In breve, i ragazzi di una classe di terza media sono costretti a uccidersi a vicenda a causa di una legge del governo che organizza ogni anno la Battle Royale).

Esistono tre tipi di differenze tra libro e film:

  1. quelle necessarie per rendere più godibile la storia sotto forma di film. Per esempio, in BR i ragazzi indossano dei collari attraverso i quali vengono registrate le loro conversazioni. Nel libro per comunicare in segreto, scrivono su dei fogli. Nel film, semplicemente coprono il collare con la mano per evitare di essere sentiti. È una variazione logica: sicuramente allo spettatore darebbe fastidio dover leggere dei bigliettini mentre guarda il film.

  2. quelle inutili, che variano alcuni particolari. Nel libro Kazuo Kiriyama e Shogo Kawada sono studenti della classe terza B. Nel film sono “nuovi compagni” che si sono uniti alla classe solo per quell’occasione, anzi Kazuo Kiriyama ha deciso di partecipare volontariamente. Ma quando? Ma dove? Certo, questo cambiamento non varia la storia, ma perché cambiare?

  3. quelli decisamente sbagliati. Nel film il professore responsabile della Battle Royale risparmia la vita alla studentessa Noriko Nagakawa, della quale sembra invaghito (???) e sembra voler coprire il piano di fuga di alcuni ragazzi. Nel libro, ovviamente, non esiste nulla del genere.tumblr_odbpn1gidj1utsakio2_540tumblr_odbpn1gidj1utsakio1_540

Il primo tipo di variazione è per il bene del film, gli ultimi due secondo me esistono semplicemente per far arrabbiare i lettori. Non si tratta di interpretazione, ma di una cattiveria vera e propria: se la trama originale dice una cosa, il regista non la può interpretare in un modo diverso. La trama è una! A questo proposito mi vengono in mente i film tratti dalla serie «Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo»: bei film in sè, ma non chiamateli «Percy Jackson» se la storia è diversa dai libri. tumblr_n5rtn26p6s1r6rjufo1_540tumblr_n5rtn26p6s1r6rjufo2_540

Tuttavia devo spezzare una lancia (che ironia) a favore del film di BR per alcune scene originali assenti nel libro che ho trovato molto azzeccate, come il dialogo tra Hirono Shimizo e Mitsuko Souma che riassume al meglio la follia a cui giungono i ragazzi durante la Battle Royale:

Come conclusione per questo articolo di sfogo ho una domanda per voi registi e produttori: perché non seguite i libri? Avete bisogno di un budget più alto per mantenervi fedeli al libro? Secondo me i fan sarebbero disposti a fare persino delle collette, pur di non vedere scempiata una storia.

Se qualcuno ha delle risposte, le renda subito note: deve pur esserci un motivo dietro tutto ciò. Forse un tentativo di rivolta passivo-aggressiva da parte dei registi di tutto il mondo oppure una strana maniera in cui il karma si vendica sui lettori…tumblr_n822puibbn1sdxvxdo1_500Raccontatemi i vostri traumi cinematografici, a partire dalla più famosa e pacata citazione di Silente «DID YA PUT YA NAME IN THE GOBLET OF FIYAH». Pacati, miraccomando.

Alessia xx

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Hamilton: tra musical e poesia rap

Chi è Alexander Hamilton? Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Perché questo personaggio dovrebbe interessarvi? Sicuramente c’è molto da imparare da un uno come lui, ambizioso, sempre in prima linea per realizzare il proprio sogno… ma soprattutto dovrebbe interessarvi perché esiste un musical sulla sua vita. Un musical che ha vinto ben 16 Tony Awards e un Pulitzer!

Il musical Hamilton ha debuttato nel 2015 a Broadway con musiche e testi scritti da Lin-Manuel Miranda, attore, compositore, rapper e mille altri talenti. Sul serio, quell’uomo è una meraviglia61fM8p2FKsL._SS500.jpg.

Alexander Hamilton è un orfano originario di una sperduta isola nei Caraibi. Il suo destino sembra quello di continuare a vivere a qualunque costo: sopravvive persino ad un uragano che distrugge la sua città. Oltre a sopravvivere, lui scrive moltissimo e racconta la sua vita sfortunata. Si distingue proprio per la sua intelligenza e grazie a una colletta riesce a pagarsi il viaggio verso New York

Qui la situazione è tesa e si sente aria di rivoluzione: gli americani sono ormai stanchi delle tasse imposte dall’Inghilterra. Hamilton fa amicizia con i rivoluzionari Marquis De Lafayette, John Laurens e James Mulligan, e incontra anche un tale Aaron Burr, uomo ambiguo, che cambia partito all’occorrenza e aspetta la sua occasione per prendere il potere.

Hamilton si fa strada nella politica e si distingue in battaglia, attirando l’attenzione del generale George Washington, di cui diventa il braccio destro. Nel frattempo conosce le sorelle Schuyler: Eliza, che diventerà sua moglie, Angelica, a cui confiderà i propri dubbi politici. And Peggy!

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“We’re looking for a mind at WORK”

Il sogno di Hamilton è quello di creare una banca centrale e introdurre la moneta unica, ma i suoi progetti sono ostacolati dai numerosi avversari politici. Viene preso dalla frenesia e arriva persino a sacrificare la propria vita famigliare in nome della politica. Molti dei suoi amici sono ormai morti in battaglia e per una volta Aaron Burr smette di aspettare e decide di agire.

Ammetto di aver dato una chance a questo musical semplicemente perché piaceva alla mia  crush, ma nonostante la delusione amorosa, ne è valsa davvero la pena.

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Ma non sono tipo da musical, potrebbe dire qualcuno.

Hamilton è un musical diverso, innovativo. Vorrei poter spiegare a parole in cosa consiste la sua diversità, ma la cosa migliore sarebbe ascoltare un qualsiasi brano e lasciarvi conquistare. Non si possono inquadrare le canzoni in un solo genere musicale, non sono le “tipiche” canzoni da musical: si passa dal rap all’hip hop alla ballata, in un accostamento affascinante.

I testi sono stati scritti da Lin-Manuel Miranda che, tra le sue innumerevoli doti, è anche un paroliere. Dietro il successo di Hamilton c’è uno dei testi più complessi in materia di rime, allitterazioni e giochi di parole: proprio per questo è veramente facile imparare a memoria le canzoni. Il difficile sta nel cantare tutte le parti contemporaneamente!

Al momento del debutto, creò scalpore la scelta di assumere solo attori non-bianchi. Il cast di Hamilton, infatti, è composto esclusivamente da attori neri, ispanici e asiatici. Lo stesso Lin-Manuel Miranda ha origini portoricane. Questa scelta nel casting è stata sicuramente azzardata, ma Miranda ha spiegato la sua scelta: «Il nostro cast assomiglia all’America di oggi. Stiamo raccontando la storia di uomini bianchi del passato, utilizzando attori di colore, e questo rendo la storia più immediata e accessibile al pubblico moderno.»

Portare in scena in un momento come questo la storia di un immigrato che ha reso l’America grande sembra una sfida a tutti gli effetti. Non a caso durante una rappresentazione, il cast si è rivolto direttamente al vicepresidente Mike Pence, che non è mai stato troppo favorevole all’immigrazione, con la speranza che quella rappresentazione di un’America diversificata potesse ispirare il governo a proteggere tutti, senza il bisogno di muri.tumblr_o9ep8ykf9n1vvpvzmo1_500Hamilton è un mix stupefacente, un caso particolare in cui non basta sommare le componenti per ottenere il risultato finale. Ogni personaggio vi comunicherà qualcosa: Angelica è la donna che sogna la parità prima che venisse contemplata dalla legge. Alexander Hamilton è l’uomo impavido con una vena di follia. Aaron Burr, per quanto meschino, è una parte di noi. Infine Eliza è la vera eroina: senza di lei non conosceremmo questa storia.

 

Alessia xx
(potete ascoltare la colonna su YouTube e, se cercate bene, troverete anche l’intero spettacolo)

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Il mio primo kdrama: Wightlifting Fairy Kim Bok-joo

Oggi vorrei consigliarvi un kdrama: Wightlifting Fairy Kim Bok-joo. Il titolo così lungo potrebbe spaventarvi, ma vi assicuro che questo telefilm coreano merita molto.

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Kim Bok-joo (Lee Sung-kyoung) è una sollevatrice di pesi. Sin da piccola, ha trovato in questo sport un occasione per dimostrare la propria forza e determinazione, ed è l’asso della squadra. Jung Joon-hyung (Nam Joo-hyuk) è un nuotatore agonistico molto promettente negli allenamenti, ma che a causa dell’ansia finisce sempre per fare falsa partenza ed essere squalificato. Dopo aver frequentato le elementari insieme, si incontrano nella stessa università dopo molti anni. Ci mettono un po’ a riconoscersi, ma mentre Joon-hyung è determinato a recuperare la loro vecchia amicizia anche attraverso metodi poco ortodossi, Bok-joo non può fare a meno di evitarlo. Almeno all’inizio, fino a quando le difficoltà con la scuola e le gare, la malattia del padre e soprattutto la sua cotta per Jung Jae-yi le fanno scoprire l’affetto e la gentilezza di quel vecchio amico.

WFKBJ è stato il mio primo kdrama, probabilmente per questo mi piace così tanto. Non conoscevo nemmeno l’esistenza di questo intero mondo dei telefilm coreani! Sono un po’ come i film di Bollywood: hanno uno stile tutto loro attraverso il quale si può scoprire una cultura diversa.

La storia in partenza è molto semplice e non è difficile intuire che l’atteggiamento poco amichevole da parte di Bok-joo si evolverà in una storia romantica. Tuttavia prima di arrivare a quello, ne passa di acqua sotto i ponti, anche perché i coreani non sono esattamente espliciti nel mostrare l’amore e la passione, al contrario delle serie TV nostrane.tumblr_oiyoujUXTp1trnp5bo8_540tumblr_oiyoujUXTp1trnp5bo6_540

Premetto che quando ho iniziato WFKBJ mi aspettavo qualcosa di smielato e un po’ cliché, ma sono rimasta piacevolmente sorpresa dai temi “appendice”. Questo infatti è un kdrama di formazione, che segue la crescita di Bok-joo durante un anno scolastico in cui arrivano a capitarne di tutti i colori.  Avete presente quei momenti in cui capita tutto insieme e non sapete dove andare a sbattere la testa? Ecco, Bok-joo e Joon-hyung si ritrovano ad affrontare problematiche diverse e mi è dispiaciuto molto per le loro sfortune, ma credo che proprio per questo sia facile immedesimarsi nella storia.

Tra i temi appendice c’è quello della “”depressione””. Innamorata di Jae-yi, un nutrizionista, Bok-joo inizia un trattamento dimagrante pur di passare un po’ di tempo in compagnia della sua cotta. Ma essendo una sportiva, le categorie di peso sono molto importanti per le gare, così tiene nascosto il trattamento e quando inevitabilmente la sua menzogna viene alla luce, lei cade in uno stato di profonda tristezza e sembra pentirsi di essersi dedicata per tutta la vita al sollevamento pesi.

Mi sono sentita molto vicina alle emozioni di Bok-joo e vedere come il padre sia stato molto comprensivo con lei, suggerendole addirittura di ritirarsi da scuola per riprendersi dalla tristezza, mi ha reso felice. La scuola e i sentimenti ci sottopongono a un forte stress che non sempre siamo in grado di gestire, e spesso questi drammi adolescenziali non vengono presi sul serio dagli adulti.

Sicuramente la scelta di avere dei protagonisti sportivi ha dato la possibilità di trattare temi come la nutrizione e il rivolgersi allo psicologo, magari non in maniera approfondita, ma quel tanto da portare a riflettere. Inoltre, ai ragazzi è permesso piangere e indossare vestiti rosa! Mi sembra un’utopia.fairy11

La relazione tra Bok-joo e Joon-hyung è uno degli aspetti più dolci e meglio curati di tutta la serie, e a ciò si aggiunge che gli attori sono amici anche nella vita vera e la loro chimica è innegabile. Joon-hyung le dimostrerà che la vera amicizia non è semplicemente comportarsi da galantuomo e ripararla con un ombrello, ma soprattutto aiutarla a conquistare la sua cotta, anche a costo di rimanerne conquistati. Mentre Bok-joo ritornerà a credere nella sua passione poco “convenzionale” e nell’amore a 20 anni.tumblr_oin5udFpNn1ri7wv4o2_540Weightlifting Fairy Kim Bok-joo si è meritata un posto nel mio cuore, ma mi duole ammettere che in Corea ha avuto poco successo perché, essendo una serie nuova e pressoché sconosciuta, è stata oscurata da un altro kdrama che andava in onda negli stessi giorni. Quindi, fatemi un favore: date una chance a WFKBJ e non ve ne pentirete!

Alessia xx

mitteleuropa: l’insieme degli stati di stirpe tedesca dell’europa centrale

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“Il capitano se n’è andato. Io sono il capitano.”

Chi era Neerja Bhanot? Con molta probabilità questo nome non vi dirà nulla, tuttavia è il nome di un’eroina che aveva solo ventidue anni. La sua storia è raccontata nel film Neerja (trovate qui lo streaming).
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Con un viso da modella e un lavoro da assistente di volo, Neerja sta rimettendo insieme i tasselli della propria vita.
La notte tra il 4 e il 5 settembre 1986 s’imbarca sul volo PAN-AM diretto a New York. Sembrerebbe un volo come un altro, ma quando fa scalo a Karachi, in Pakistan, l’aereo viene attaccato da un gruppo di terroristi che spiana la strada a colpi di pistola.
I terroristi sono troppo rapidi per le hostess, che non riescono a chiudere il portellone in tempo, e nei primissimi istanti di isteria, Neerja si sforza di seguire la procedura.

«Hijack, dirottamento» comunica ai piloti, che riescono a fuggire attraverso l’uscita di emergenza.

Seguono 17 ore di confinamento per i 379 passeggeri, mentre la polizia locale cerca di guadagnare più tempo possibile per capire quale sia il movente del dirottamento. Ma la diplomazia non è il punto di forza di nessuno dei due fronti, specialmente quello dei terroristi che arrivano ad uccidere al solo scopo di mettere fretta alla polizia.

Ciascun assistente di volo è addestrato per una simile emergenza, ma chi mai penserebbe che sarà giusto il proprio aereo ad essere in pericolo? Forse la probabilità non è poi così bassa, ma ognuno cerca ottimisticamente di non pensarci e nemmeno nella mente di Neerja, che pure si è dimostrata la più forte in quella situazione disperata, c’era la vaga idea di un dirottamento.

Quando i terroristi pretendono di farsi consegnare tutti i passaporti, lei nasconde quelli degli americani, unici e innocenti obiettivi dell’attacco. E quando minacciano di sparare sulla folla spaventata, lei s’impone una calma e un’autorevolezza sconosciuta perfino a se stessa e inizia a servire bicchieri d’acqua, a calmare i passeggeri.
Di nascosto spiega come aprire il portellone per poter fuggire nel momento più opportuno, informazioni che si riveleranno vitali quando alla fine i terroristi perderanno il controllo di se stessi e della situazione.

Questa non è solo la trama di un film, sono gli ultimi istanti di vita di Neerja Bhanot, morta a ventidue anni, due giorni prima del suo compleanno, mentre portava in salvo tre bambini, gli ultimi rimasti su quell’aereo.

Dopo la sua morte, le è stata assegnata la medaglia Ashoka Chakra, uno dei più importanti riconoscimenti in India che premia il coraggio di fronte al nemico in tempo di pace.
Inoltre, l’associazione Neerja Bhanot Pam Am Trust, fondata dalla sua famiglia in suo onore, ogni anno conferisce il Neerja Bhanot Award a una donna donna indiana che abbia affrontato un’ingiustizia sociale per aiutare altre donne in difficoltà. 

Non so esattamente come sono capitata a vedere questo film, ricordo soltanto di aver visto per caso il trailer e di essere rimasta affascinata da tanto coraggio. Quello che davvero mi ha colpita è il fatto che quelli di Neerja non siano stati gesti eclatanti, non ha sbaragliato i terroristi con la forza o la furbizia: è stata semplicemente umana, ha corso un enorme rischio pur con piccoli gesti.

A questo punto sembrano superflui tutti gli altri aspetti cinematografici – musiche, attori, scenografie – quindi non voglio consigliare questo film a qualcuno in particolare.

A diciotto anni siamo pieni di una potenzialità spaventosa, o meglio una potenzialità che mi spaventa. Continuo a chiedermi se sarò mai in grado di realizzare i miei progetti e se in settanta, ottant’anni qualcuno si ricorderà di me e della mia scrittura, ma sono contenta di una cosa: conosco il nome di Neerja e adesso lo conoscete anche voi.

Alessia xx

psithirisma: (greco) il suono del vento tra le foglie

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Il Libro della Vita

Tutti abbiamo un film che vedremmo all’infinito senza stancarci mai. A volte non sappiamo nemmeno perché: saranno le musiche o i colori oppure i visi dei personaggi che ci attraggono così tanto. Il magico film che mi fa questo effetto è Il libro della vita.

locandina.jpgQuattro bambini in gita al museo incontrano una guida che racconta la storia di una leggendaria scommessa tra La Muerte e Xibalba, sovrani dell’aldilà messicano.

Xibalba, stanco di vivere nella Terra dei Dimenticati dove regna tetra la solitudine, vorrebbe scambiare il suo regno con quello della Muerte, che invece si gode la fiesta nella Terra dei Ricordati. Per questo motivo stringono una scommessa, incrociando il destino dell’aldilà con le vite dei tres amigos: Manolo (Diego Luna) e Joaquin (Channing Tatum), entrambi innamorati di Maria (Zoe Saldana).

Ancora bambina, Maria viene mandata a studiare in Spagna, mentre Manolo e Joaquin promettono di aspettarla, costretti però a vivere dietro l’ombra delle rispettive famiglie. Manolo viene costretto a seguire la tradizione di famiglia e a diventare un matador, senza avere mai il coraggio di uccidere il toro. Su Joaquin, invece, pesa la fama del padre, grande condottiero morto nella guerra contro i Banditos.

Il ritorno di Maria è l’occasione perfetta per confessare i loro sentimenti, ma i tres amigos non hanno fatto i conti con la scommessa, il cui esito potrebbe sconvolgere non solo le loro vite, ma anche quelle di tutto il mondo.

Se siete alla ricerca di un’onosta rappresentazione della tradizione messicana, avete trovato il film giusto per voi: divertente, affascinante e soprattutto prodotto e diretto da due messicani, Guillermo del Toro e Jorge Gutierrez, senza il pericolo del cosiddetto white washing

Personalmente, trovo la cultura messicana estremamente affascinante e grazie a questo film ho potuto conoscere un mondo che, sebbene appaia lontano e mistico, è invece più reale. Il Dia de los Muertos è più che un semplice giorno di devozione per i messicani: è una vera festa che non si limita alle calaveras, decorazioni di zucchero a forma di teschi, o alle maschere colorate.

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Le musiche originali sono particolarmente belle anche nella versione italiana, il che mi ha sorpreso non poco. Aguzzando l’udito, potrete ascoltare anche le cover italiane di Creep (Radiohead) e Can’t Help Falling In Love (Twenty One Pilots): insomma, non potrete fare a meno di ascoltare in loop tutta la playlist di questo film 💕

Guardando Il libro della vita mi sono sentita di nuovo innamorata, di una persona, della vita, della musica, e la prima volta che ho visto questo film ho letteralmente pianto di felicità. Non riesco a descrivere in maniera adeguata perchè sia tanto speciale per me, forse l’ho guardato nel momento giusto, quando avevo bisogno di carica di positività e colore che questo film sprizza scena dopo scena.

Ammirate la gloriosa magnificenza del Messico!

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Alessia xx

omoidashiwarai: (giapponese) ridere da soli quando ci si ricorda qualcosa di divertente

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Ram-Leela: fuori da Verona, la stessa tragedia

Tra i mille film che vorrei consigliarvi, oggi è il turno di Ram-Leela.
Si tratta di un film diretto e prodotto in India, purtroppo non ancora tradotto (lo trovate sottotitolato in italiano qui
Ramleela_poster

Da più di cinquecento anni, due clan sono in lotta e la città è letteralmente spaccata a metà: con noi o contro di noi. Da una parte i Rajadi, dall’altra i Sanera, queste due famiglie si scontrano a colpi di fucili e anche le donne e i bambini sono armati e aizzano l’odio reciproco. Tra i Rajadi, solo Ram (Ranveer Singh), il figlio del Don, sembra non vedere alcun senso in quella guerra e per presunzione decide di festeggiare l’Holi direttamente nella casa del nemico. Il suo vero interesse è sedurre le donne a lui proibite, ma i suoi piani saranno sconvolti dall’incontro con Leela Sanera (Deepika Padukone), bellissima, spavalda e innamorata quanto lui.

Se anche voi non siete riusciti a liberarvi da una certa sensazione di dejà-vu: tranquilli! avete ragione. Questa storia è infatti ispirata da Romeo e Giulietta, ma non fatevi illudere: diversi sono i nomi, diverse le ambientazioni, ma in verità non è questo ciò che rende Ram-Leela davvero diverso.

Paragoniamo Ram al Romeo che ognuno di noi dipinge nella propria mente: chi è Romeo? Un ragazzo tormentato dall’amore, che con i suoi modi cavallereschi affascina le donne.
Ram è tutta un’altra storia.

«Ho un’impresa nel settore 3G: G come Garage di auto rubate, G come Gnocche dei film del mio negozio, G come Gigolò per le ragazze del paese»

1280x720-64vCosa c’è di più diverso dal nostro Romeo? Ram è un uomo che ha ucciso un Sanera quando era ancora un bambino e che dopo tutto questo tempo continua a pentirsene. L’unico che tra vendette e armi da contrabbando è ancora capace di innamorarsi, tanto meglio se di un nemico.

«“Larga la foglia, stretta la via. Leela è di Ram e nessuno gliela porterà via.” Stanotte mi hai mandato 48 messaggi come questo»

Come si dice, get you a man who can do both 😉

Premettendo che sono un’amante dei personaggi femminili testardi, non ho potuto che amare Leela. L’ho trovata più matura rispetto a qualsiasi altra Giulietta, anche grazie al ruolo sempre più importante di Madre del clan che le viene affidato nel corso della storia.

Deepika-Padukone-Jewellwry-in-Ramleela-banglesPotrei andare avanti per ore parlando di Leela, ma quello che vorrei sottolineare è la determinazione con cui affronta l’amore per Ram. Una determinazione quasi folle che la spinge ad onorare un matrimonio che nessuno si degna di riconoscere, addirittura fino ad essere punita fisicamente per l’oltraggio mosso alla sua stessa famiglia.

«Svergognata, egoista, incorreggibile. Ma l’amore è questo, no?»

Uno degli aspetti più importanti di questo film è l’insieme di coreografie e musiche che potrebbero far assomigliare Ram-Leela ad un musical. Più che semplici canzoni, si tratta di poesie e veri e propri elogi all’amore. Anche senza ricordare il testo, vi ritroverete a cantare e a cercare di imparare i passi (credete a chi ha esperienza!).

Tra tutte, la mia preferita è Nagada Sang Dhol: vi trascinerà al centro della pista a ballare e a suonare i tamburi. In assoluto una delle coreografie migliori del film!

Al secondo posto c’è Ishqyaun Dhishqyaun: non solo divertente grazie all’espressività degli attori (e alle loro imitazioni dei pavoni), ma è qui che si può davvero apprezzare la chimica tra Ranveer e Deepika. Letteralmente, relationship goals!

Consiglio Ram-Leela a chi ha già letto o guardato Romeo e Giulietta: non rimarrete delusi da questa trasposizione, solo piacevolmente sorpresi. Le musiche, gli attori, i dialoghi (soprattutto quelli tra Ram e Leela, che non cadono mai nel melodrammatico) sono i punti di forza di questo film.

In più, scoprire come la storia d’amore per antonomasia sia stata sviluppata in una cultura e industria cinematografica diversa da quella a cui siamo abituati, credo sia l’ennesima ragione che dovrebbe spingervi a guardare Ram-Leela!

Alessia xx

mellito: dolce come il miele