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Il mio nome è univoco

Quest’anno mi sono improvvisata insegnate e ho partecipato a un progetto per l’insegnamento dell’italiano, rivolto agli immigrati del mio paese, la maggior parte provenienti dal Punjab, un territorio tra l’India e il Pakistan. Adoro la cultura indiana, dai film, al cibo, alle tradizioni e ho colto al volo questa occasione!

Una cosa che mi preoccupava era dover imparare tutti i nomi: volevo saperli pronunciare bene, ma temevo di confondere una persona con un’altra. Quando mi hanno presentato i ragazzi, oltre a i nomi “strani” che mi aspettavo, c’erano anche un Ugo, un Carlo e un Vito. Mi era sembrato strano, ma forse ero io a sbagliarmi: l’Italia non ha i diritti d’autore su determinati nomi. Poi mi hanno spiegato: se il vero nome era troppo lungo o complicato, i loro datori di lavoro li chiamavano in un altro modo, con un nome più breve e conciso. Cattura

Io tengo al mio nome e non vorrei chiamarmi altrimenti. È la mia firma sotto ogni documento e compito in classe, alla fine di ogni articolo sul blog. Non avrebbe senso se gli altri mi chiamassero in un altro modo.

Se siete affascinati delle altre lingue, allora sarete d’accordo con me quando dico che conoscere i nomi stranieri dà l’impressione di parlare almeno un po’ la lingua. È un’illusione, certo, ma anche un semplice nome è una parola in più nel mio bagaglio linguistico. Quindi dal mio punto di vista, non capisco perché i nomi di quei ragazzi siano stati sostituiti. Tarjinder o Jarjeet sono nomi così difficili? Di sicuro sono simili e all’inizio si potrebbero confondere, ma questo accade anche tra persone con nomi italiani. E non si tratta nemmeno di diminuitivi, perché Ugo non è il diminutivo di Tarjinder.

Dipende forse dal fatto che i loro datori di lavori siano contadini anziani e poco disposti ad adattarsi? Forse, ma per me ha un significato più profondo. Questi ragazzi vengono in Italia per cercare di guadagnare qualcosa in più, e se ne valga la pena per loro è un’altra questione. In ogni caso, lasciano indietro parte della loro famiglia, amici, cultura… fategli conservare almeno il loro vero nome!

Shakespeare diceva: ciò che chiamiamo rosa con un altro nome profumerebbe lo stesso.

Ma perché usare un altro nome? Mi identifico da 18 anni nel mio nome, perché qualcuno dovrebbe cambiarlo? Credo che l’integrazione parta proprio da questo, usare i nomi giusti, senza italianizzare tutto.

La mia famiglia viene dalla Nigeria, e il mio nome per intero è Uzoamaka. A scuola nessuno sapeva pronunciare il mio nome, così chiesi a mia madre se potevo chiamarmi Zoe. Ricordo che stava cucinando, e nel suo accento nigeriano mi chiese: «Perché?» Io dissi: «Nessuno lo sa pronunciare.» Senza battere ciglio, lei disse: «Se possono imparare a dire Tchaikovsky e Michelangelo e Dostoevskij, allora possono imparare a dire Uzoamaka.»

(Uzo Aduba)

Alessia xx

 

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Quando Gesù scese sulla Terra (per la seconda volta)

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Questo mese ho letto un libro estremamente impertinente, a tratti volgare, ed è un libro sulla religione. Va bene, forse non è proprio sulla religione, ma il protagonista rimane pur sempre Gesù Cristo: sto parlando di A volte ritorno di John Niven.

Dopo una settimana di vacanza (equivalente a qualche centinaio di anni terrestri), Dio torna in Paradiso e scopre a malincuore quello che hanno combinato gli uomini: inquinamento, terrorismo, omofobia, canzonette pop da quattro soldi. Come porre rimedio a questa situazione infernale?

Suo figlio Gesù Cristo è la soluzione: viene spedito una seconda volta sulla Terra, squattrinato e con un talento innato per la chitarra. Il palcoscenico di un talent show sarà il suo pulpito, i nuovi discepoli saranno due alcolisti, un’ex prostituta, un veterano del Vietnam e la sua band. Nessuno dei suoi amici crede veramente che sia Gesù Cristo, eppure lui è così onesto e misericordioso… che sembra quasi vero. Nessun miracolo questa volta (la moltiplicazione dei pani e dei pesci fu solo il risultato di tutta l’erba che avevano fumato) solo una richiesta: fate i bravi, cazzo!

Questo libro è totalmente pazzo, e l’ho adorato. Scherza con la religione, o meglio prende in giro ciò che gli uomini pensano di sapere sulla religione. Se siete facilmente suscettibili, leggete questo libro. La religione è un concetto talmente vasto, quindi è comprensibile che ognuno abbia la propria opinione, e (anche se la parola cazzo viene ripetuta una cinquantina di volte in tutto il romanzo) questa è un’ottima critica. Pericolosa, scritta apposta per i bigotti.

Ma il Vecchio Testamento dice… Ma il Corano dice…

Sono libri, scritti da persone che non sono Dio, esattamente come quello di Niven: è una gentilezza sentire entrambe le campane. Potrei essere imparziale, lo ammetto, perché non sono una persona molto religiosa, quindi sentitevi liberi di correggermi se sbaglio: pensate che a Dio importi se siete gay, neri, femmine o maschi? Lui vuole che tutti vivano in pace.

Mandare Gesù di nuovo sulla Terra potrebbe sembrare un tentativo disperato. Oggi non è obbligatorio seguire una religione, ognuno ha la propria filosofia, anche gli atei. Tuttavia il Gesù di Niven non vuole convertire nessuno, vorrebbe semplicemente dire al mondo: non uccidere il tuo prossimo, non rubare, non tradire… questa non è la parola di Dio, ma è la vostra stessa legge. Perché non la rispettate?

Questo libro non distrugge la religione, ma ne prende le distanze per guardarla dall’esterno, paradossalmente proprio attraverso gli occhi di uno dei protagonisti religiosi. Questo Gesù parla come un uomo moderno, non va in chiesa e non compie miracoli, ma è buono e caritatevole. Se la bontà di Gesù nella Bibbia ci sembra troppo lontana e mistica, nel libro di Niven si fa concreta, priva di ogni velo metaforico: recuperare del cibo per i senzatetto, salvare un gay dalla furia degli intolleranti, impedire un omicidio.

Alla fine mi sono chiesta: Gesù, come puoi perdonare gli uomini che ti stanno uccidendo?

Dio vuole ciò che è meglio per gli uomini, e in fondo anche gli uomini sanno cosa è meglio per loro. Se non fosse per il denaro, il potere e la pigrizia saremmo tutti dei bravi cristiani, senza che un certificato di battesimo ci dia ufficialmente questo titolo. E se quel certificato esiste, ben venga, ma ricordate una cosa: non basta aver passato l’esame di guida per diventare piloti. 

Questo libro mi dà un po’ di speranza. Ogni volta che lo leggo, vorrei essere una persona migliore e imparare a suonare la chitarra come lui. E ogni volta, piango al finale, l’avreste mai creduto? Ho pianto per la morte di Gesù Cristo.

Alessia xx

genetliaco: compleanno

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In the darkness you don’t really care about me

I get angry at night

(especially at night)

When the darkness

Hides one thousand scenarios

Of things you have not done for me

You are guilty of things

That only I see or remember,

That I will not have the courage to tell you

And in the morning

I will say

“I know it’s stupid”

And

“I know you love me”

But right now I feel like you don’t love me that much

Because

If you did,

You would have asked me

To see me again after long time,

You would have noticed

That I had written my heart out

For in those words

There was the exact reason

I’m angry now

I hope you understand this

Without my help

Because tomorrow

It will sound stupid

But tonight

It’s very

(very)

Important

Alessia xx

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Journal entries #1

Mi piace moltissimo il disegno, la pittura, i colori. Completare un disegno con le proprie mani dà la sensazione di aver costruito qualcosa di tangibile, qualcosa che prima era solo un ologramma nella testa. Mi piace il disegno (il che non significa che sia brava, eh), ma sono anche frettolosa. Quando ho un’idea la devo realizzare all’istante, e a chi importa studiare per la maturità? 

Voglio condividere con voi alcuni dei disegni del mio journal, o meglio gli unici, per adesso. Ho usato un vecchio libro, di quelli con la copertina rigida e anticheggiante, intitolato “Il fiore della letterature malese e indonesiana”, perché il nome mi è sembrato un’ottima premessa. Sì, sto rovinando un libro disegnandoci sopra, ma a mia discolpa posso dire che quel libro non l’avrei mai letto e l’ho salvato dalla polvere nella libreria.

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Ci tengo a precisare che questi disegni sono originali solo a metà: in alcuni casi ho copiato disegni di altri ben più bravi di me, aggiungendo delle mie frasi. Testa e mano non sono ancora abbastanza coordinati per disegnare perfettamente le mie idee! 

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Solo io penso che una ragazza-medusa sia un’idea assolutamente geniale? Quando ho visto questo disegno su internet sono rimasta così sorpresa che ho sentito il bisogno di riprodurlo. E, neanche a farlo apposta, la ragazza e persino la spada sembrano usciti dalla storia che sto scrivendo!

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Avevo appena finito di vedere Lion, la strada verso casa e mi ero innamorata di Dev Patel. Non ci sono altre spiegazioni.

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Probabilmente non mi crederete, ma ho sognato questo disegno. così quando mi sono svegliata ho pensato: se è l’universo a chiedermelo, allora lo farò seduta stante! So che non è il più bello, ma mi piace particolarmente l’idea di un duello a colpi di bandiere contro la queerfobia. 

Spero di continuare ad aggiungere disegni: potrebbe trasformarsi in un bel libro di ricordi in futuro!

Alessia xx

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Hamilton: tra musical e poesia rap

Chi è Alexander Hamilton? Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Perché questo personaggio dovrebbe interessarvi? Sicuramente c’è molto da imparare da un uno come lui, ambizioso, sempre in prima linea per realizzare il proprio sogno… ma soprattutto dovrebbe interessarvi perché esiste un musical sulla sua vita. Un musical che ha vinto ben 16 Tony Awards e un Pulitzer!

Il musical Hamilton ha debuttato nel 2015 a Broadway con musiche e testi scritti da Lin-Manuel Miranda, attore, compositore, rapper e mille altri talenti. Sul serio, quell’uomo è una meraviglia61fM8p2FKsL._SS500.jpg.

Alexander Hamilton è un orfano originario di una sperduta isola nei Caraibi. Il suo destino sembra quello di continuare a vivere a qualunque costo: sopravvive persino ad un uragano che distrugge la sua città. Oltre a sopravvivere, lui scrive moltissimo e racconta la sua vita sfortunata. Si distingue proprio per la sua intelligenza e grazie a una colletta riesce a pagarsi il viaggio verso New York

Qui la situazione è tesa e si sente aria di rivoluzione: gli americani sono ormai stanchi delle tasse imposte dall’Inghilterra. Hamilton fa amicizia con i rivoluzionari Marquis De Lafayette, John Laurens e James Mulligan, e incontra anche un tale Aaron Burr, uomo ambiguo, che cambia partito all’occorrenza e aspetta la sua occasione per prendere il potere.

Hamilton si fa strada nella politica e si distingue in battaglia, attirando l’attenzione del generale George Washington, di cui diventa il braccio destro. Nel frattempo conosce le sorelle Schuyler: Eliza, che diventerà sua moglie, Angelica, a cui confiderà i propri dubbi politici. And Peggy!

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“We’re looking for a mind at WORK”

Il sogno di Hamilton è quello di creare una banca centrale e introdurre la moneta unica, ma i suoi progetti sono ostacolati dai numerosi avversari politici. Viene preso dalla frenesia e arriva persino a sacrificare la propria vita famigliare in nome della politica. Molti dei suoi amici sono ormai morti in battaglia e per una volta Aaron Burr smette di aspettare e decide di agire.

Ammetto di aver dato una chance a questo musical semplicemente perché piaceva alla mia  crush, ma nonostante la delusione amorosa, ne è valsa davvero la pena.

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Ma non sono tipo da musical, potrebbe dire qualcuno.

Hamilton è un musical diverso, innovativo. Vorrei poter spiegare a parole in cosa consiste la sua diversità, ma la cosa migliore sarebbe ascoltare un qualsiasi brano e lasciarvi conquistare. Non si possono inquadrare le canzoni in un solo genere musicale, non sono le “tipiche” canzoni da musical: si passa dal rap all’hip hop alla ballata, in un accostamento affascinante.

I testi sono stati scritti da Lin-Manuel Miranda che, tra le sue innumerevoli doti, è anche un paroliere. Dietro il successo di Hamilton c’è uno dei testi più complessi in materia di rime, allitterazioni e giochi di parole: proprio per questo è veramente facile imparare a memoria le canzoni. Il difficile sta nel cantare tutte le parti contemporaneamente!

Al momento del debutto, creò scalpore la scelta di assumere solo attori non-bianchi. Il cast di Hamilton, infatti, è composto esclusivamente da attori neri, ispanici e asiatici. Lo stesso Lin-Manuel Miranda ha origini portoricane. Questa scelta nel casting è stata sicuramente azzardata, ma Miranda ha spiegato la sua scelta: «Il nostro cast assomiglia all’America di oggi. Stiamo raccontando la storia di uomini bianchi del passato, utilizzando attori di colore, e questo rendo la storia più immediata e accessibile al pubblico moderno.»

Portare in scena in un momento come questo la storia di un immigrato che ha reso l’America grande sembra una sfida a tutti gli effetti. Non a caso durante una rappresentazione, il cast si è rivolto direttamente al vicepresidente Mike Pence, che non è mai stato troppo favorevole all’immigrazione, con la speranza che quella rappresentazione di un’America diversificata potesse ispirare il governo a proteggere tutti, senza il bisogno di muri.tumblr_o9ep8ykf9n1vvpvzmo1_500Hamilton è un mix stupefacente, un caso particolare in cui non basta sommare le componenti per ottenere il risultato finale. Ogni personaggio vi comunicherà qualcosa: Angelica è la donna che sogna la parità prima che venisse contemplata dalla legge. Alexander Hamilton è l’uomo impavido con una vena di follia. Aaron Burr, per quanto meschino, è una parte di noi. Infine Eliza è la vera eroina: senza di lei non conosceremmo questa storia.

 

Alessia xx
(potete ascoltare la colonna su YouTube e, se cercate bene, troverete anche l’intero spettacolo)

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La vita è troppo breve per essere vegetariani?

Di recente ho guardato un documentario: Earthlings, ovvero “abitanti della Terra”, in cui il termine abitante include non solo noi esseri umani, ma ogni specie animale. Questo documentario, parla del trattamento, o meglio delle torture inflitte agli animali per il benessere umano. Tutto è mostrato senza filtri e mentre lo guardavo ero divisa tra il voler continuare e scoprire quanto orribile potesse essere e, nel contempo, il mollare a metà.

Così ho iniziato a riflettere su quello che avevo visto e sull’ipotesi di diventare vegetariana, cercando essere il più imparziale possibile.

Non credo che la dieta vegetariana sia la più giusta per il nostro organismo. Dal punto di vista biologico, non siamo né erbivori come le mucche, né carnivori come i leoni. Siamo onnivori: mangiamo tutto, perché abbiamo bisogno di tutti i nutrienti, che siano proteine o carboidrati. Che lo vogliamo o no, siamo una via di mezzo.

Secondo la dieta mediterranea la carne è necessaria e fa bene nei limiti che, a dirla tutta, sorpassiamo quotidianamente. Prima del consumo, però, avviene l’uccisione dell’animale e qui la questione inizia a farsi etica.
Senza dubbio esiste un cerchio della vita, una determinata gerarchia di prede e predatori: sarebbe triste il leone che uccide la zebra per sfamarsi? No, perché sarebbe una cosa naturale. Il leone prende dalla natura solo ciò che gli serve, nella quantità giusta, senza alterare quel cerchio vitale.mof4v0b

Quello che differenzia gli uomini moderni sono due fattori: l’accumulo e la crudeltà.

È risaputo che si getta via più del cibo che si consuma, e questo vale anche per le carni. Inoltre, noi dovremmo ricavare dalla carne solo il 20% del fabbisogno: mangiarne troppa non aiuta il nostro corpo. Si dovrebbe risparmiare per altri cibi.

Infine, quello che è mostrato nel documentario: la crudeltà. Capisco che l’uomo abbia bisogno di carne, ma ciò non giustifica la cattiveria. Questo atteggiamento si ripercuote dal modo in cui gli animali sono trattati nei macelli, fino al modo in cui vengono uccisi. Senza la coscienza che anche quelle siano delle vite.

Solo una minima parte delle uccisioni viene fatta con l’eutanasia, come si farebbe per qualsiasi altra vita. Ma l’eutanasia costa, quindi forse sarebbe meglio l’elettrocuzione o un colpo alla testa? Gli animali fanno parte di un ciclo di vita e morte, nel quale rientriamo anche noi, ma non significa che debbano vivere e morire nella sofferenza.

tumblr_nlzsyfQ4vR1uq339vo1_540A questo punto, si potrebbe parlare di specismo, ovvero di razzismo di specie. In passato gli uomini stessi sono stati costretti alle stesse condizioni infime di vita: ci sono voluti anni per capire che ebrei non fossero una razza diversa, nè tantomeno inferiore. La loro voce umana, volente o nolente, è stata ascoltata, ma gli animali hanno una voce diversa che può essere facilmente ignorata.

Non sono vegetariana (per ora) e non sto cercando di convertirvi, ma voglio analizzare la questione. Il nostro consumo di carne ha ampiamente superato i limiti, in termini nutrizionali e umani. Mangiare la giusta quantità di carne, quella che rientra nel ciclo della natura sarebbe l’ideale, ma sarebbe veramente possibile? Credo che oggi, l’unica reazione alle torture inflitte agli animali sia diventare vegetariani, provare a ridurre il consumo, ridurre lo sfruttamento.

Ma alla fine dei conti, ne vale la pena? Viviamo in media 80 anni, tra intolleranze e allergie, dobbiamo anche complicarci la vita con queste storia dell’essere vegetariani? Forse sì. Ma la carne è importante, fa bene! Se avessimo voluto veramente mangiare sano, avremmo già rinunciato al cibo dei fast food, rinunciando così a un’enorme quantità di carne “extra”.

Credo che mangiare vegetariano sia una scelta etica, in un momento in cui gli uomini giocano pericolosamente con altre vite. 

No one really knows how the game is played

The art of the trade

How the sausage gets made

We just assume that it happens

But no one else is in

The room where it happens

(Hamilton the musical)

Alessia xx

lethologica: impossibilità nel ricordare un’esatta parola

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Il mio primo kdrama: Wightlifting Fairy Kim Bok-joo

Oggi vorrei consigliarvi un kdrama: Wightlifting Fairy Kim Bok-joo. Il titolo così lungo potrebbe spaventarvi, ma vi assicuro che questo telefilm coreano merita molto.

Weightlifting_Fairy_Kim_Bok_Joo_Poster

Kim Bok-joo (Lee Sung-kyoung) è una sollevatrice di pesi. Sin da piccola, ha trovato in questo sport un occasione per dimostrare la propria forza e determinazione, ed è l’asso della squadra. Jung Joon-hyung (Nam Joo-hyuk) è un nuotatore agonistico molto promettente negli allenamenti, ma che a causa dell’ansia finisce sempre per fare falsa partenza ed essere squalificato. Dopo aver frequentato le elementari insieme, si incontrano nella stessa università dopo molti anni. Ci mettono un po’ a riconoscersi, ma mentre Joon-hyung è determinato a recuperare la loro vecchia amicizia anche attraverso metodi poco ortodossi, Bok-joo non può fare a meno di evitarlo. Almeno all’inizio, fino a quando le difficoltà con la scuola e le gare, la malattia del padre e soprattutto la sua cotta per Jung Jae-yi le fanno scoprire l’affetto e la gentilezza di quel vecchio amico.

WFKBJ è stato il mio primo kdrama, probabilmente per questo mi piace così tanto. Non conoscevo nemmeno l’esistenza di questo intero mondo dei telefilm coreani! Sono un po’ come i film di Bollywood: hanno uno stile tutto loro attraverso il quale si può scoprire una cultura diversa.

La storia in partenza è molto semplice e non è difficile intuire che l’atteggiamento poco amichevole da parte di Bok-joo si evolverà in una storia romantica. Tuttavia prima di arrivare a quello, ne passa di acqua sotto i ponti, anche perché i coreani non sono esattamente espliciti nel mostrare l’amore e la passione, al contrario delle serie TV nostrane.tumblr_oiyoujUXTp1trnp5bo8_540tumblr_oiyoujUXTp1trnp5bo6_540

Premetto che quando ho iniziato WFKBJ mi aspettavo qualcosa di smielato e un po’ cliché, ma sono rimasta piacevolmente sorpresa dai temi “appendice”. Questo infatti è un kdrama di formazione, che segue la crescita di Bok-joo durante un anno scolastico in cui arrivano a capitarne di tutti i colori.  Avete presente quei momenti in cui capita tutto insieme e non sapete dove andare a sbattere la testa? Ecco, Bok-joo e Joon-hyung si ritrovano ad affrontare problematiche diverse e mi è dispiaciuto molto per le loro sfortune, ma credo che proprio per questo sia facile immedesimarsi nella storia.

Tra i temi appendice c’è quello della “”depressione””. Innamorata di Jae-yi, un nutrizionista, Bok-joo inizia un trattamento dimagrante pur di passare un po’ di tempo in compagnia della sua cotta. Ma essendo una sportiva, le categorie di peso sono molto importanti per le gare, così tiene nascosto il trattamento e quando inevitabilmente la sua menzogna viene alla luce, lei cade in uno stato di profonda tristezza e sembra pentirsi di essersi dedicata per tutta la vita al sollevamento pesi.

Mi sono sentita molto vicina alle emozioni di Bok-joo e vedere come il padre sia stato molto comprensivo con lei, suggerendole addirittura di ritirarsi da scuola per riprendersi dalla tristezza, mi ha reso felice. La scuola e i sentimenti ci sottopongono a un forte stress che non sempre siamo in grado di gestire, e spesso questi drammi adolescenziali non vengono presi sul serio dagli adulti.

Sicuramente la scelta di avere dei protagonisti sportivi ha dato la possibilità di trattare temi come la nutrizione e il rivolgersi allo psicologo, magari non in maniera approfondita, ma quel tanto da portare a riflettere. Inoltre, ai ragazzi è permesso piangere e indossare vestiti rosa! Mi sembra un’utopia.fairy11

La relazione tra Bok-joo e Joon-hyung è uno degli aspetti più dolci e meglio curati di tutta la serie, e a ciò si aggiunge che gli attori sono amici anche nella vita vera e la loro chimica è innegabile. Joon-hyung le dimostrerà che la vera amicizia non è semplicemente comportarsi da galantuomo e ripararla con un ombrello, ma soprattutto aiutarla a conquistare la sua cotta, anche a costo di rimanerne conquistati. Mentre Bok-joo ritornerà a credere nella sua passione poco “convenzionale” e nell’amore a 20 anni.tumblr_oin5udFpNn1ri7wv4o2_540Weightlifting Fairy Kim Bok-joo si è meritata un posto nel mio cuore, ma mi duole ammettere che in Corea ha avuto poco successo perché, essendo una serie nuova e pressoché sconosciuta, è stata oscurata da un altro kdrama che andava in onda negli stessi giorni. Quindi, fatemi un favore: date una chance a WFKBJ e non ve ne pentirete!

Alessia xx

mitteleuropa: l’insieme degli stati di stirpe tedesca dell’europa centrale

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Anti femminismo o cuore ferito?

Di solito non parlo di cose che non mi piacciono. Potrei parlare di libri brutti e film brutti, ma preferisco che questo blog sia un luogo di riflessione, piuttosto che di critica. Tuttavia, a tutto c’è una prima volta!

Per caso e per sfortuna mi sono ritrovata a studiare il poeta latino Giovenale proprio a marzo. Come mai questa cosa dovrebbe apparire strana? Perché mentre in tutta Italia si stavano organizzando gli scioperi del Lotto Marzo, nel frattempo un europarlamentare ha condiviso con il mondo la sua importante opinione: «ovviamente le donne devono guadagnare meno degli uomini perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti.» Al pari di questo politico, Giovenale è uno dei più grandi misogini che abbia mai avuto il piacere di studiare.

fc6aaa31096a6a81bff7d017bfb816f8.jpgQuando studio letteratura latina mi metto veramente d’impegno a cercare possibili riferimenti queer e femministi, e quando ne trovo qualcuno mi si stringe il cuore per la gioia. Per esempio, nel Satyricon di Petronio i protagonisti Encolpio e Ascilto sono entrambi innamorati del’efebico Gitone.
Nella seconda ecloga delle Bucoliche virgiliane un pastore di nome Coridone è innamorato del giovane Alessi e si strugge per lui. L’elemento omosessuale in Virgilio è così importante che il premio Nobel per la letteratura André Gide ha scritto un saggio in difesa dell’omosessualità (Corydon) in cui si legge:

L’importante è comprendere che, là dove voi dite contro natura, basterebbe dire: contro costume.

E alla fine arriva Giovenale, lo scrittore più inutile della letteratura latina. Se non si fosse capito, odio davvero Giovenale e ve lo smonterò pezzo per pezzo. Probabilmente questo articolo si trasformerà in una lezione di letteratura latina, ma spero che la mia arrabbiatura vi faccia almeno divertire.

Marziale, un altro scrittore latino, ricorda Giovenale come un poeta cliens, sempre affannato al seguito di potenti protettori. All’epoca Mecenate era morto da un pezzo e se gli artisti volevano vivere della propria arte dovevano lavorare su commissione, quasi elemosinando. giovenale-3

Ciò che spinge Giovenale a scrivere è l’indignatio, che sembra piuttosto il risentimento di un uomo che non ha voluto o saputo adattarsi al mondo che cambia.
Quindi fa di tutto per sottolineare la mortificazione della giustizia e il capovolgimento dei valori. È un convinto tradizionalista, uno che schifa i graeculi (immigrati greci) e rimpiange il mos maiorum. Trovo Giovenale molto attuale, che dite?

Nelle sue satire si lamenta di tante cose: della depravazione in cui è caduta Roma, del clientelismo a cui è costretto. Critica la vita militare, i nuovi genitori che non sanno educare i figli. Critica il vizio dell’omosessualità, che è ovviamente colpa dei Greci, e odia le donne.

Dalla prima all’ultima, nessuna si salva. Qualsiasi atteggiamento femminile viene screditato e non solo quelli “comprensibilmente” rivoluzionari e femministi. Intendiamoci: se un poeta latino Tizio mi dice che le donne devono restare a casa a fare figli, mi limito a ridere sul paragrafo che devo studiare e vado avanti. Cosa posso aspettarmi dal 60 d.C.? Giovenale, invece, è un misogino a tutto tondo e critica le donne anche quando fanno cose tipicamente femminili, come indossare gioielli, truccarsi, profumarsi.

Augurati che la matrona, che a mensa ti siede accanto, non conosca tutta la storia, che non capisca tutto quello che legge. Odio la donna che si rifà di continuo al Metodo di Palemone, senza sbagliare mai una regola e, ostentando le sue anticherie, cita versi a me sconosciuti. Proprio non c’è nulla al mondo di più intollerabile di una donna ricca!

La domanda sorge spontanea: ma nessuno lo ha mai mandato a quel paese?

Ho sperato che si discutesse della sua misoginia in maniera approfondita, ma ciò non è accaduto a causa dei tempi ristretti delle lezioni, o forse perché non a tutti importa quel che dice. Da un lato penso: perché sono costretta a studiare un individuo così inutile nella sua produzione letteraria oltre che nella mentalità?, ma forse è meglio conoscere il proprio nemico. Sicuramente sarò sembrata una vera secchiona mentre bestemmiavo contro uno scrittore trapassato, ma questo io lo chiamo “studio critico”.

Forse la letteratura latina ci serve ancora oggi per evitare titoli del genere:Cattura

Sfido a giustificare in questa maniera le parole del famoso europarlamentare.

Alessia xx

abulia: mancanza di volontà di prendere una decisione

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Siate i Michelangelo di voi stessi

Cosa succede quando compiamo una scelta? Quali vantaggi ricaviamo da questo ingrato lavoro?

La decine di scelte che abbiamo fatto fino a quest’anno, questo giorno, questo minuto hanno dato vita alle persone che siamo oggi. Trovo affascinante e allo stesso tempo spaventoso quanto una scelta banale come quella di iscriversi a una determinata scuola o sedersi accanto a una persona x piuttosto che a un’altra y possa influire sull’andamento della nostra vita. 

Le scelte compiamo oggi costruiranno la persona di domani, quante volte l’abbiamo sentito ripetere. Solo una persona non sarebbe d’accordo con questa frase, ovvero il filosofo Kierkegaard. Sapete che, quando si parla di filosofia,sono mossa da un forte spirito di contraddizione, ma vai a vedere che a volte questi filosofi hanno anche ragione? 

image.jpgSecondo Kierkegaard l’uomo è liberissimo di scegliere e proprio questa è la cosa spaventosa. Ogni decisione può rivelarsi sbagliata e, inoltre, scegliere qualcosa significa escludere tutte le alternative nel momento stesso in cui compiamo una scelta. Non significa aggiungere un pezzo di puzzle alla propria vita, ma buttare via tutta la scatola senza aver nemmeno visto il disegno finale.

A questo punto sarebbe meglio non scegliere affatto, risparmiandoci ogni preoccupazione. Come va, va.

Tuttavia, se anche Kierkegaard ha ragione nel dire che “scelta” significa “perdita”, sono convinta che guardando questa teoria da una prospettiva diversa si può vederne il lato positivo, ma prima di spiegarvi come, vi confido un segreto: non sono affatto brava con i puzzle, preferisco l’arte.

Se le scelte che compiamo in modo o nell’altro ci plasmano, allora possiamo vederci come tanti David di Michelangelo, il quale utilizzò per la sua scultura un blocco di marmoreo abbandonato dall’artista precedente perché considerato troppo grande. Se a questo punto compiere una scelta ci sembra un tradimento nei confronti degli infiniti alter ego che potrebbero vivere una vita migliore di quella attuale, immaginate di essere come quel blocco di marmo.

Un cubo che pesava chissà quante tonnellate, il marmo più pregiato eppure abbandonato. Per trasformare un blocco di marmo in un’opera d’arte Michelangelo ha scelto di perdere qualcosa, di smussare angoli, di levigare i bordi e badate bene che scolpire il David non è stata una passeggiata quanto scrivere questo articolo al pc, dove se sbaglio parola posso cancellarla senza difficoltà. sphinx-guy-being-distracted-in-aladdin

Una scalpellata più forte del dovuto e il marmo assume un’angolatura diversa da quella che era nei nostri progetti. E cosa fa in quel caso Michelangelo? Continua a scolpire, trasformando l’errore in una “scelta artistica”.

Immaginate il blocco di marmo prima e dopo essere stato lavorato da Michelangelo: anche senza essere dei critici d’arte sicuramente il David è molto più bello. Allo stesso modo siamo noi. Anche se non scegliere ci sembra la cosa più facile e comoda di questo mondo, un blocco di marmo nudo e crudo non avrebbe alcuna possibilità di venire esposto alla Galleria dell’Accademia a Firenze. 

Pensate che addirittura Michelangelo preferiva la scultura alla pittura. Quest’ultima infatti consisteva nel aggiungere colore sulla tela, l’altra nel togliere la materia in eccesso. Come mai questa scelta? Lui credeva che l’idea fosse insita nella materia, quindi quando ha colpito il marmo con la prima scalpellata, già sapeva che avrebbe creato il David. Così noi, quando decidiamo, non dobbiamo farlo a caso.

Pensiamo «da grande voglio essere questo tipo di persona» e in base a questo iniziamo a scegliere, a togliere tutto ciò che consideriamo inutile al nostro progetto. A volte sbagliamo e perdiamo un pezzo importante, ma credete che una cosa del genere non sia mai capitata al nostro grande Michelangelo? Tuttavia il David è un’opera d’arte, solo perché qualcuno è stato abbastanza coraggioso da scegliere.

Se compiere delle scelte è inevitabile, se in fondo Kierkegaard aveva ragione, allora siate i Michelangelo di voi stessi. Togliete la materia in eccesso e create il vostro David personale.

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Alessia xx

esperare: sperimentare, tentare

 

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Auschwitz e Birkenau – Dzień 2

Dopo la visita a Terezin e Lidice ci siamo messi in viaggio verso Cracovia, dove ci saremmo riuniti con i gruppi provenienti da Budapest. A un’oretta di autobus da Cracovia ci sono i campi di concentramento di Auschwitz I e Auschwitz II, meglio conosciuto con il nome di Birkenau.

Quando ho visto il cancello di Oświęcim, trasformata in Auschwitz dai nazisti, e la scritta “arbeit macht frei”, nonostante avessi già letto quelle parole nel campo di Terezin, mi sono commossa. Suggestionata dalle parole della guida e da alcuni attori che hanno riferito i racconti di sopravvissuti e non, ho pensato che, di lì alla fine, la visita sarebbe stata una discesa senza fine di lacrime. Ma mi sbagliavo.

Probabilmente il mio parere sulla vista nei campi potrebbe lasciarvi insoddisfatti, ma ho intenzione di raccontare la mia esperienza e le mie aspettative: Auschwitz non era come me l’aspettavo. E come me l’aspettavo? Non so.

16649496_1371525569544765_508923661932384357_n.jpgForse mi aspettavo di vedere segni evidenti di distruzione e i pallidi riflessi dei prigionieri, ma l’unica cosa che dai film alla realtà era rimasta la stessa era il cancello d’ingresso. Quello l’ho potuto capire, perché era qualcosa che conoscevo.
Tuttavia Auschwitz sembra un ghetto con le costruzioni di mattoni rossi e le strade così larghe da permettere forse a due camionette militari di passare nello stesso tempo. C’è più silenzio che in un normale cimitero.

Ciascun edificio è diventato un museo e tutto è pulito e ben organizzato, il che fa onore al museo, ma rende il campo un po’ artificioso. Come ho già detto, appena arrivati non avevo idea di cosa avrei visto, anzi forse un’idea ce l’avevo, ma l’unica maniera che avrei avuto per realizzarla sarebbe stato visitare il campo nel 1945. Dentro un museo e dietro un vetro tutto sembra più lontano.

Abbiamo visitato diverse esposizioni, a partire dai bagni, perfettamente conservati, sulle cui pareti i prigionieri avevano dipinto scene di vita bucolica. Come i bambini di Terezin, quello che agognavano era la natura, l’innocenza e l’acqua.

Le pareti di un corridoio erano occupate da teche che custodivano scarpe di ogni forma e dimensione, ma stranamente di soli due colori, marrone e rosso impolverato. Non so spiegare perché a distanza di 70 anni quello è l’unico a non essere ancora sfumato, tuttavia mi sono chiesta se sia stato per questo motivo che il solo colore nel bianco e nero di Shindler’s List  è proprio il rosso.cattura

Agli inizi di Auschwitz tutti i prigionieri erano schedati e fotografati. Dopotutto, dovevano fare rapporto a Berlino e i nazisti hanno sempre avuto la fama di essere precisi e scrupolosi, ma a dir la verità per loro la fotografia non era solo un dovere imposto dall’alto, bensì un rudimentale mezzo per divertirsi. Rispetto alle centinaia di migliaia di prigionieri passanti per il campo, le fotografie scattate sono state meno di un decimo e la maggior parte sono state distrutte prima dell’arrivo dell’Armata Rossa. Tuttavia, quelle poche salvate sono ora esposte in due padiglioni, su una parete gli uomini, sull’altra le donne.

I nostri educatori ci hanno chiesto di appuntarci il nome di un prigioniero, uno qualsiasi, uno il cui viso ci comunicava qualcosa. Io ho scelto Aurelia Bienka, perché aveva riservato al suo fotografo uno sguardo di sfida, con un minuscolo sorriso sornione. Tutti i nomi scritti sulle fascette di tessuto ci sono servite per una cerimonia al campo di Birkenau, di cui parlerò più tardi.

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Centinai di barattoli di Zyklon B, la polvere tossica usate nelle camere a gas, sono stati ritrovati intatti, pronti per l’utilizzo.

Le esposizioni di Auschwitz sono continuate in altri padiglioni assegnati alle diverse nazioni vittime dell’olocausto, in modo che ognuno potesse ricordare in maniera degna i propri morti. Non siamo rimasti affatto sorpresi nel constatare che l’unico padiglione chiuso fosse quello dell’Italia. Infatti, circa 6 anni fa sono venuti meno i fondi del progetto, mentre da un anno l’edificio è stato completamente svuotato. Considerando che l’Italia non ha mai fatto pubblica ammenda per i delitti dell’olocausto di cui è stata comunque complice, l’aver chiuso anche l’esposizione di Auschwitz non ci fa esattamente onore. 

16640657_1371544789542843_3319870972845450781_n.jpgParlando di aspettativa, Birkenau è esattamente quello che ci si aspetta quando si pensa a un campo di concentramento, forse è per questo che molti più dettagli mi sono rimasti impressi. I binari interrotti, gli scheletri delle baracche in lontananza, i camini di mattoni che nell’orizzonte si confondono con i tralicci del filo spinato.

Birkenau era un posto soltanto per i prigionieri, mentre i soldati avevano gli uffici ad Auschwitz I. Gli unici mattoni sono quelli delle case del fu paese polacco, usati per costruire 33 delle 50 ca. baracche ancora presenti.

Oltre alle 33 in mattoni ne furono costruite altre 300 000 in legno per accogliere tutti i prigionieri smistati da Auschwitz. Birkenau, infatti, è stato costruito più tardi per esigenze di “spazio” e non solo. All’inizio, Auschwitz era un campo prettamente maschile e le donne e i bambini, che erano comunque deportati, venivano uccisi al loro arrivo. In seguito Auschwitz venne divisa da un muro per separare uomini e donne, poi si decise di costruire Birkenau, per donne, bambini, polacchi, omosessuali e ancora, e ancora.

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Le baracche sono in realtà delle stalle portate dalle Germania. Usate a dovere, le stalle potevano contenere 42 cavalli, ma a Birkenau servivano a 400 prigionieri cada una. Erano un tetto sopra la testa con le pareti di spifferi e solo chi dormiva nel letto centrale della struttura a castello poteva evitarli.

Solo una cinquantina di baracche sono ancora visitabili, perché fu estremamente facile appiccare il fuoco al legno e distruggere tutto all’arrivo dell’Armata Rossa. Quello che è rimasto sono i camini. Può sembrare strana questa presenza, ma come ho già detto i nazisti erano molto scrupolosi e il riscaldamento era previsto per legge. Persino a Auschwitz c’erano i  termosifoni, spenti d’inverno e portati al massimo d’estate. A Birkenau, invece, non ci vuole un ingegnere per capire come per far funzionare quei forni si sarebbe dovuta sfidare la fisica e la legge della convezione. 

Percorrendo i binari fino in fondo fino al punto morto, lì ai vostri lati troverete ciò che resta dei forni crematori originali, collassati su se stessi dopo il tentativo di farli esplodere. Oltre i forni, invece, si trova un monumento funebre, con una serie di targhe ognuna in una lingua diversa e una enorme lapide su cui è stato inciso un piccolo triangolo cavo. La toppa che i prigionieri portavano cucita sul petto, non importa se rosa, gialla, viola, marrone o rosso.

Durante la cerimonia organizzata dal Treno della Memoria ognuno di noi ha letto al microfono il nome che aveva scelto ad Auschwitz, accompagnandolo con le parole “Io ti ricordo”. Le persone, non la classe sociale, perché anche la sofferenza del singolo merita di essere commemorata, non solo quella dello Stato.

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La cosa più difficile da fare nei campi è immaginare com’è stata la vita lì. Non intendo comprendere la fame e il freddo, ma vederlo con l’occhio della mente. Grazie alla nostra guida e alle letture degli attori abbiamo ascoltato numerose testimonianze mentre calcavano la neve del campo, ma ho trovato difficile mettermi nei panni dei prigionieri.

Come posso immaginare centinaia di corpi spogliati di ogni cosa e schiacciati in una cella 3×3? O ancora, come posso immaginare di rimanere sette e più ore al gelo, coperta solo da una tunica a righe, mentre gli ufficiali fanno la computa serale, conteggiando vivi e morti perché nessuno deve uscire dal campo e se pure uno muore mentre lavora deve essere riportato dentro a forza perché i conti devono tornare. Altrimenti dieci fucilazioni per ogni prigioniero mancante.

Siamo abituati a misurare tutto con i nostri cinque sensi: se un posto è troppo piccolo, si entra in piccoli gruppi o inizieremo a sentirci soffocati; se fa bel tempo e a Cracovia ci sono – 10°, sovrapponiamo strati e strati di vestiti. Tuttavia, in inverno la Polonia raggiungere normalmente i – 25°, io non riesco a concepirla nemmeno questa temperatura.

Le azioni e le condizione di Auschwitz, Birkenau e molti altri campi sono state, sì, disumane, ma io aggiungerei oltre l’umano. La cosa importante è questa: se non riuscite a immaginare quei luoghi, guardate bene come sono adesso.

Se non riuscite a capire da che parte vi sareste schierati, se quelle delle vittime o quella degli ignavi, pensate a dove schierarvi adesso, perché le deportazioni e i campi di concentramento e i bambini di Lidice non sono ancora scomaprsi.

Alessia xx
(ho già visitato Terezin e Lidice qui)

jayus: (indonesiano) una pessima battuta a cui non si può far a meno di ridere