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L’arte di essere tristi (ma anche arrabbiati, delusi, traditi…)

Molti di voi riconosceranno questa citazione di Meryl Streep agli scorsi Golden Globe:

meryl-1Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a riflettere su queste parole. Tutti noi, che in un modo o nell’altro ci esprimiamo artisticamente, ci ispiriamo alla vita vera: nessun romanzo fantasy è mai inventato, ma nasce sempre da esigenze o per motivazioni reali. 

Spesso l’ispirazione risiede nei momenti tristi. Non lo trovo affatto strano, anzi credo sia qualcosa che facciano tutti: quando litighiamo con qualcuno, passiamo poi le ore successive ad immaginare tutto ciò che avremmo potuto rispondere a tono, o a sognare le peggior disgrazie per la suddetta persona.tumblr_mu0tcfilin1qztsrto1_540

Chiamatela ironia o estrema produttività, ma nel mio caso quando sono triste o arrabbiata in un certo senso divento anche più poetica. Io sono anche una scrittrice, non riesco a trattenermi dal romanzare tutto, di conseguenza ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria… o meglio, corrisponde un personaggio destinato a una vita non troppo felice. 

Per altre persone, quelle che sono dei veri problemi nella mia vita, riservo ruoli altrettanto importanti. È sicuramente un modo per vendicarsi, ma una vendetta anche un po’ vigliacca. Se davvero avessi un problema, potrei migliorare di molto la mia vita affrontandolo, e non facendolo affrontare a un mio personaggio. Ma fidatevi, anche in questa maniera la vendetta dà le sue soddisfazioni.

Torniamo quindi alla citazione di Carrie Fisher. Prendi il tuo cuore spezzato e fanne dell’arte. Ecco cosa faccio io. Credo siano le esperienze negative a darci ispirazione, non perché siamo depressi o ci piace essere tristi: anche nella stesura di una storia, secondo lo schema di Propp, c’è bisogno necessariamente di un antagonista e della rottura dell’equilibrio iniziale. 

Quando si ha un ricordo felice di solito non lo si vuole modificare, ma ci si crogiola in quella bella sensazione; con quelli negativi si cerca di trasformarli in qualcosa che faccia meno male, abbellendo la cattiva esperienza—imparando, come si dice di solito—o vendicandosi.

Sono perfettamente d’accorto con quella citazione, ma qui vorrei specificare il significato di “arte” con una seconda di Rainbow Rowell:

She was like art, and art isn’t supposed to be beautiful. Art is supposed to make you feel something.

L’arte non è sempre bella. Se ho un bellissimo ricordo, anche la sua rappresentazione sarà bellissima. Ma se la mia arte deriva da qualcosa di negativo, è improbabile ricavarne una immagine Bella. Quindi quando leggo quella citazione di Carrie Fisher, io leggo: «prendi il tuo dolore e rendilo utile.»tumblr_oyoej24pKb1svgg3co1_500

Prendi il tuo dolore e non farlo stagnare. Trasformalo in arte, che non è necessariamente qualcosa di Bello. Rifiutati di sottostare a ciò che non sopporti nella tua storia, piangi in maniera orribile nel tuo dipinto, arrabbiati nella tua musica. Rendi utile a qualcosa quel cuore spezzato e anche solo in questo ti starai vendicando, non contro chi ti ha spezzato quel cuore, ma contro il dolore stesso. 

Di solito subiamo il dolore in maniera passiva: potremmo anche sforzarci di non pensare a una delusione o un tradimento, ma il problema è che il dolore rimarrà sempre lì. Se pensiamo al dolore come un fulmine, non siate la terra sulla quale si abbatte la scarica, assorbendola. Siate l’acqua che si elettrizza e reagisce.

Utilizzate quel cuore spezzato per creare qualcosa, per trovare un senso, per vendicarvi di tutte le cose che avete sempre voluto dire. A lungo andare avrete sgomberato la vostra mente e, su qualcosa che minacciava di farci vacillare, starete costruendo delle solide fondamenta. Qualcun’altro, forse un po’ più coraggioso di noi, leggendo, guardando, ascoltando la vostra arte potrebbe riuscire a migliorare la propria vita. 

Alessia xx

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Breve storia horror: film tratti dai libri

Per noi lettori la storia è sempre la stessa: leggiamo un libro, ci piace. Scopriamo che ne hanno tratto un film, decidiamo di guardarlo. Ancora freschi di lettura, ricordiamo tutti i particolari, tuttavia sappiamo di dover essere comprensivi e di non avere aspettative troppo elevate: un film non potrà mai essere fedele al libro in tutto e per tutto.

Alla fine ci accontentiamo, anche se vengono tagliate delle scene per motivi di tempo. Poi arriva quel particolare che fa ci corrugare la fronte… ma quella ragazza? C’era una motivazione seria dietro le sue azioni, perché non hanno citato nulla? E nel libro il protagonista si era salvato perché aveva elaborato un bel piano! Perché nel film sembra che tutto succeda a caso?images.jpg

È in quei momenti che un lettore si domanda: perché (proprio a me)? Perché cambiare la storia? Cosa costa al regista o produttore del film seguire la trama originale? Questo discorso vale per centinaia di film e serie tv tratte da libri, ma in questo caso mi riferirò a Battle Royale di Koushun Takami, perché è quello che ho letto/visto di recente. (In breve, i ragazzi di una classe di terza media sono costretti a uccidersi a vicenda a causa di una legge del governo che organizza ogni anno la Battle Royale).

Esistono tre tipi di differenze tra libro e film:

  1. quelle necessarie per rendere più godibile la storia sotto forma di film. Per esempio, in BR i ragazzi indossano dei collari attraverso i quali vengono registrate le loro conversazioni. Nel libro per comunicare in segreto, scrivono su dei fogli. Nel film, semplicemente coprono il collare con la mano per evitare di essere sentiti. È una variazione logica: sicuramente allo spettatore darebbe fastidio dover leggere dei bigliettini mentre guarda il film.

  2. quelle inutili, che variano alcuni particolari. Nel libro Kazuo Kiriyama e Shogo Kawada sono studenti della classe terza B. Nel film sono “nuovi compagni” che si sono uniti alla classe solo per quell’occasione, anzi Kazuo Kiriyama ha deciso di partecipare volontariamente. Ma quando? Ma dove? Certo, questo cambiamento non varia la storia, ma perché cambiare?

  3. quelli decisamente sbagliati. Nel film il professore responsabile della Battle Royale risparmia la vita alla studentessa Noriko Nagakawa, della quale sembra invaghito (???) e sembra voler coprire il piano di fuga di alcuni ragazzi. Nel libro, ovviamente, non esiste nulla del genere.tumblr_odbpn1gidj1utsakio2_540tumblr_odbpn1gidj1utsakio1_540

Il primo tipo di variazione è per il bene del film, gli ultimi due secondo me esistono semplicemente per far arrabbiare i lettori. Non si tratta di interpretazione, ma di una cattiveria vera e propria: se la trama originale dice una cosa, il regista non la può interpretare in un modo diverso. La trama è una! A questo proposito mi vengono in mente i film tratti dalla serie «Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo»: bei film in sè, ma non chiamateli «Percy Jackson» se la storia è diversa dai libri. tumblr_n5rtn26p6s1r6rjufo1_540tumblr_n5rtn26p6s1r6rjufo2_540

Tuttavia devo spezzare una lancia (che ironia) a favore del film di BR per alcune scene originali assenti nel libro che ho trovato molto azzeccate, come il dialogo tra Hirono Shimizo e Mitsuko Souma che riassume al meglio la follia a cui giungono i ragazzi durante la Battle Royale:

Come conclusione per questo articolo di sfogo ho una domanda per voi registi e produttori: perché non seguite i libri? Avete bisogno di un budget più alto per mantenervi fedeli al libro? Secondo me i fan sarebbero disposti a fare persino delle collette, pur di non vedere scempiata una storia.

Se qualcuno ha delle risposte, le renda subito note: deve pur esserci un motivo dietro tutto ciò. Forse un tentativo di rivolta passivo-aggressiva da parte dei registi di tutto il mondo oppure una strana maniera in cui il karma si vendica sui lettori…tumblr_n822puibbn1sdxvxdo1_500Raccontatemi i vostri traumi cinematografici, a partire dalla più famosa e pacata citazione di Silente «DID YA PUT YA NAME IN THE GOBLET OF FIYAH». Pacati, miraccomando.

Alessia xx

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Almeno l’arte è gratuita

Cosa è l’arte? La parola “arte” è troppo grande, troppo vaga. Qualsiasi cosa ha un potenziale artistico, ma il suo essere arte può durare anche solo un momento. Arte è la città dei nostri sogni quando la visitiamo per la prima volta, arte è un amico che suona la chitarra quando noi non ne siamo capaci.

Ci sono due modi per avvicinarsi all’arte: usufruirne oppure crearla. Usufruire dell’arte aiuta a crescere, aavere una mente più aperta al diverso e al cambiamento. L’arte è sempre stata sovversiva, un mezzo di comunicazione e di scoperta.
Attraverso un film o un libro posso capire come è andata l’evacuazione di Dunkerque o cosa è passato nella mente di Billy Milligan, l’uomo con 24 personalità. E quando l’arte non è “estrema”, in ogni caso dà un feedback su chi l’ha prodotta e sull’ambiente da cui proviene, permettendo di conoscere altre culture e altri “casi umani”.

Non solo chiunque può usufruirne, ma chiunque può crearla. Questo non significa che sia semplice e non parlo neppure di quando davanti a una tela tagliata di Lucio Fontana, si pensa «che ci vuole, lo so fare pure io».tumblr_ovss05zX711rwpwk7o1_400.pngTutti hanno un mondo dentro di sé e ognuno crea dell’arte con quello che ha. L’arte non è invenzione, tutto il contrario. L’arte è una realtà che può essere raccontata nuda e cruda, oppure mascherata da fumetto o da libro fantasy.

Non c’è bisogno di essere portati per creare. Non devi essere Jimi Hendrix per suonare la chitarra: probabilmente nessuno sarà mai bravo quanto lui, ma questo non ha impedito ad altre persone di diventare musicisti e non ha impedito a me di imparare tre accordi sull’ukulele. Eppure, quando suono quei tre accordi, sono molto fiera di me stessa.tumblr_oo4r4aJJv21w2vomyo1_540.pngTutta l’arte sta in ciò che si prova. Sarebbe molto bello parlare dei propri sentimenti tutto il giorno ed essere anche pagati per questo, ma la verità è che bisogna essere davvero fortunati per poter vivere di arte. La maggior parte di noi farà un lavoro comune, ma tutti possono continuare a creare. 
Io posso continuare a scrivere per anni la storia che mi frulla per la testa, ogni pagina sarà una soddisfazione personale anche se nessuno mi assicura che riuscirò a finire. Ma nonostante tutto, mi considero almeno un po’ una scrittrice.

L’arte è molto importante nella mia vita perché viene esclusivamente da me stessa. In poche parole, l’arte non viene dai soldi. Ho bisogno di pagare una montagna di tasse per lavorare o avere un’istruzione, ma non per disegnare un fumetto o imparare a suonare il triangolo.
Per fare qualsiasi cosa oggi si ha bisogno di una barca di denaro e la mia prospettiva, nella peggiore delle ipotesi, è questa: se mai mi ritroverò a svolgere un lavoro che mi è indifferente, solo perché devo guadagnare — se mai non riuscirò a vivere come voglio, potrò almeno creare arte per me stessa e per i miei amici.

Sono sicura che dovunque vivrò, riuscirò a creare arte e questo mi rassicura. Riuscirò a usufruire dell’arte, e questo mi rassicura. Non mi servono i soldi per fare arte, ho solo bisogno di  ispirazione, che credetemi è molto più difficile da trovare. L’ispirazione non cresce mica sugli alberi!

Don’t do drugs, do art: conoscerete meglio gli altri e soprattutto, gli altri conosceranno meglio voi.

Alessia xx

eucatastrofe: (coniato da Tolkien) il rivolgimento repentino del male in bene 

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Il mio nome è univoco

Quest’anno mi sono improvvisata insegnate e ho partecipato a un progetto per l’insegnamento dell’italiano, rivolto agli immigrati del mio paese, la maggior parte provenienti dal Punjab, un territorio tra l’India e il Pakistan. Adoro la cultura indiana, dai film, al cibo, alle tradizioni e ho colto al volo questa occasione!

Una cosa che mi preoccupava era dover imparare tutti i nomi: volevo saperli pronunciare bene, ma temevo di confondere una persona con un’altra. Quando mi hanno presentato i ragazzi, oltre a i nomi “strani” che mi aspettavo, c’erano anche un Ugo, un Carlo e un Vito. Mi era sembrato strano, ma forse ero io a sbagliarmi: l’Italia non ha i diritti d’autore su determinati nomi. Poi mi hanno spiegato: se il vero nome era troppo lungo o complicato, i loro datori di lavoro li chiamavano in un altro modo, con un nome più breve e conciso. Cattura

Io tengo al mio nome e non vorrei chiamarmi altrimenti. È la mia firma sotto ogni documento e compito in classe, alla fine di ogni articolo sul blog. Non avrebbe senso se gli altri mi chiamassero in un altro modo.

Se siete affascinati delle altre lingue, allora sarete d’accordo con me quando dico che conoscere i nomi stranieri dà l’impressione di parlare almeno un po’ la lingua. È un’illusione, certo, ma anche un semplice nome è una parola in più nel mio bagaglio linguistico. Quindi dal mio punto di vista, non capisco perché i nomi di quei ragazzi siano stati sostituiti. Tarjinder o Jarjeet sono nomi così difficili? Di sicuro sono simili e all’inizio si potrebbero confondere, ma questo accade anche tra persone con nomi italiani. E non si tratta nemmeno di diminuitivi, perché Ugo non è il diminutivo di Tarjinder.

Dipende forse dal fatto che i loro datori di lavori siano contadini anziani e poco disposti ad adattarsi? Forse, ma per me ha un significato più profondo. Questi ragazzi vengono in Italia per cercare di guadagnare qualcosa in più, e se ne valga la pena per loro è un’altra questione. In ogni caso, lasciano indietro parte della loro famiglia, amici, cultura… fategli conservare almeno il loro vero nome!

Shakespeare diceva: ciò che chiamiamo rosa con un altro nome profumerebbe lo stesso.

Ma perché usare un altro nome? Mi identifico da 18 anni nel mio nome, perché qualcuno dovrebbe cambiarlo? Credo che l’integrazione parta proprio da questo, usare i nomi giusti, senza italianizzare tutto.

La mia famiglia viene dalla Nigeria, e il mio nome per intero è Uzoamaka. A scuola nessuno sapeva pronunciare il mio nome, così chiesi a mia madre se potevo chiamarmi Zoe. Ricordo che stava cucinando, e nel suo accento nigeriano mi chiese: «Perché?» Io dissi: «Nessuno lo sa pronunciare.» Senza battere ciglio, lei disse: «Se possono imparare a dire Tchaikovsky e Michelangelo e Dostoevskij, allora possono imparare a dire Uzoamaka.»

(Uzo Aduba)

Alessia xx

 

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E’ tempo di bilanciare le reazioni

Cara Alessia,

è sciocco iniziare una lettera con queste parole, tuttavia per quanto sciocche le scriverò comunque: un altro anno è passato. Non vedi l’ora di iniziare il prossimo e hai già mille impegni segnati sulla pagina di gennaio. In una sorta di ossimoro, divaghi nel passato e ti proietti nel futuro.

Quest’anno non è iniziato con il migliore degli auspici quando nei primi minuti del primo gennaio, mentre tornavi a casa con le braccia cariche dei resti del cenone, hai dovuto chiamare l’ambulanza perché una ragazza era svenuta in un semi coma etilico. Questa è stata la mia prima immagine del 2016. L’ultima è stata quella molto più eterea dei pattinatori in tv.

Prima di iniziare il nuovo anno, ricorda mese per mese cosa ti ha portato ad essere la persona che sei ora.

Ricorda le persone che ti hanno ferito con le parole: sulle tue labbra “non ho così tanti amici” suona come una battuta, sulle loro come una presa in giro. Ecco perché hai fatto del male a tua volta, magari involontariamente. Se solo ripenso a quelle settimane di marzo, alla stretta allo stomaco durante le lezioni quando tutti sembrava ti odiassero, alle lacrime che hai speso mentre tornavi a casa quando pensavi che la tua più grande paura di rimanere sola fosse diventata realtà… Sono davvero solo dieci mesi fa? A me sembrano piuttosto mille anni.

Mi dispiace che tu abbia sofferto e sono contenta che che ti sia scusata, anche se credevi che non avrebbe risolto molto. Non sei stata felice nel leggere le parole di quel tuo amico? L’avevo detto, io, che non era possibile: ci siamo capiti male a vicenda.

Dieci mesi dopo, guardati. Hai perdonato quelle parole, sei sopravvissuta. Potrei dirti che sei stata una grandissima testa di cazzo e che devi impegnarti nell’affrontare le persone faccia a faccia, ma questo tu lo sai già.

Per quanto riguarda gli amici, quelle parole, seppure cattive, non ti hanno dato almeno un po’ una spinta? Dopo una settimana averle conosciute, hai chiesto a quelle ragazze del teatro di uscire insieme. Conosco fin troppo bene la tua tecnica in questi casi: scrivi un messaggio chilometrico e subito dopo spegni il cellulare, spaventata dalla risposta. E se mi dicono sì e poi non sappiamo di cosa parlare? E se mi dicono no, che figura ci faccio alla prossima lezione di teatro?C1PtGvFXAAA3KHs.jpg

In quei piccoli, scemi momenti di coraggio sono stata davvero fiera di te. Le ringrazierò sempre per tutto il supporto che mi hanno dato, per tutte le battute che ci siamo scambiate, per ogni confessione che hanno ascoltato. Per ogni volta che “scusa, prima ti ho interrotto, cosa stavi dicendo?”.

Tutte le torte, le volte in cui avreste dovuto giocare a Risiko… dovrei fermarmi prima che questo diventi un elenco interminabile e tu inizi a piangere.

Sei diventata maggiorenne e qualcuno a 800 km di distanza  ti ha pensato. Hai sognato le mani di qualcuno e hai deciso di smettere di essere innamorata. Hai pensato all’aldilà, hai immaginato mille incontri.

Sono contenta che quest’anno sia finalmente finito, tuttavia tutto quello che è successo ha forgiato un tassello di me.

Alessia xx

firgun: (ebreo) la felicità che si prova quando a qualcun’altro accade qualcosa di bello

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Strano, ma mangio

Per noia, un pomeriggio mi ritrovo a guardare le vecchie foto sul cellulare. Tra la foto della baia di San Julian a Malta e quella di mia cugina che stringe tra le braccia il suo nuovo gatto, ci sono io—una mia foto.
Di recente, ho iniziato a fotografarmi più spesso, nonostante l’obiettivo del mio cellulare faccia pena. In qualche punto tra lo scorso Natale e oggi, ho realizzato che mi piacevo e che il mio corpo era persino seducente, in una maniera tutta sua.

Guardo la foto, quella tra Malta e il gatto, e ricordo con quanta pazienza avevo dovuto spiegare a mia madre che doveva spostarsi più a sinistra, «mamma, la tua sinistra» perché non volevo i palazzi come sfondo.
In questa foto sono sulla spiaggia di Vieste, vicino a un grande faraglione chiamato Pizzumunno. Mi slancio verso l’alto, le braccia aperte, ma non sto saltando, perché mamma non è mai stata una gran fotografa e avremmo fatto notte per cogliere l’attimo perfetto per scattare.

Alla fine ci sono i palazzi dietro di me, ma cosa importa: in ogni caso la foto mi piace e vorrei pubblicarla… se non fosse per un particolare che una volta notato non riesco più a non-vedere: le mie costole sporgenti. Allargando l’immagine ne riesco a contare tre sotto il reggiseno del costume da bagno.

Sono magra, lo so, e mi piace il mio corpo, ma quelle costole in bella vista mi fanno sembrare malnutrita. Sono in perfetta salute, ma cosa direbbe la gente se mi vedesse così magra?Cattura.PNG

Essere magri non è una gran bella cosa, non quando la gente mi pone una domanda tanto cretina quanto: «Ma mangi?». Se a chiedermelo fosse mia nonna, non avrei alcuna obiezione: conosciamo tutti quel morboso triangolo nonna-nipote-cibo che ci fa sentire tanto amati e rassicurati. Casa è dove si trova il cibo e chiunque mi offra da mangiare avrà un posto speciale nel mio cuore.

Ma quando a chiedermelo è una professoressa, sorpresa nel vedermi prendere il secondo pezzo di torta mentre stiamo festeggiando il compleanno di un mio amico, inizio ad avere qualche riserva… Certo che mangio: sono magra, non malata!

In questi diciotto anni, ho ascoltato molte frasi riservate alla mia magrezza:

  • Tu avresti le smagliature? Ma se sei magra come un grissino.
  • Coma fai a dire di essere sazia, se è rimasto tutto nel piatto? E poi ti lamenti di essere magra…
  • Vai in palestra? Allora vuoi proprio diventare trasparente!

Fino alla mia preferita: Non mi va di abbracciarti, sei spigolosa.
Riuscite a sentire il rumore della mia autostima che va in mille pezzi?

Mi rivolgo a tutte le ragazze magre che non si sentono libere di lamentarsi del proprio corpo, perché anche le persone magre hanno la cellulite e le smagliature e hanno bisogno di andare in palestra dato che massa muscolare e massa grassa sono due cose diverse.
Se una ragazza in carne mangia tutto ciò che è nel piatto è tutto nella norma, e se pure lasciasse qualcosa, chi oserebbe rinfacciarglielo? Probabilmente non aveva fame, non è mica detto che una taglia 48 debba abbuffarsi per definizione.

Ma se una taglia 40 spazzola tutto ciò che è nel piatto, state pur certi che a qualcuno scapperà la fatidica espressione «ah, ma quindi mangi!» e se invece lasciasse qualcosa allora «mangi come un uccellino, non mi stupisce che sei così magra». 

La bellezza prescinde dalla taglia, ma ogni corpo è imperfetto.

, sono magra e, , avete ragione, le ossa del bacino e delle costole mi sporgono e, soprattutto se mangio fuori casa, non sempre riesco a finire le portate, ma non mi piace che qualcuno mi rinfacci tutto questo. Così come è maleducazione puntare il dito verso delle cosce più in carne, dovrebbe esserlo contare i rimasugli nel mio piatto o contare le costole nella mia foto.

Sono magra, non malata: non ho bisogno che mi ricordiate di mangiare o che vi stupiate se lo faccio, perché adoro mangiare, anche se ho un metabolismo veloce.

E soprattutto, sono felice di poter dire che molte volte guardandomi allo specchio mi trovo bella, non perché sono magra, ma perché il mio corpo è sano. 

Alessia xx

kopfkino: (tedesco) lett. cinema nella testa

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Come for the party, stay for the crisis

Le feste dovrebbero essere un momento per scatenarsi e non pensare a nulla, invece a me fanno l’effetto contrario. Nella baldoria, nella musica assordante spesso realizzo quanto sia facile isolarsi. Inizio a guardare le cose dall’esterno, e anche se continuo a ballare, a bere e a ridere, metà del mio cervello si affanna a pensare, pensare, pensare.

Osservo i ragazzi che si scatenano e costringono le ragazze a farsi da parte, per ballare tutti abbracciati come giocatori prima di scendere in campo.

E vedo altri due ragazzi, invece, a cui non importa quel casino, a loro importano le ragazze. Ci ballano intorno, incrociano i nostri sguardi, ridono e un po’ (lo ammetto) mi mettono ansia. Perché si comportano come se fosse ovvio che le ragazze ci staranno, perché le luci stroboscopiche impediscono di seguire la moviola dei loro movimenti.

Loro ballano attorno alle ragazze, ma non attorno a me, e stupidamente mi dico: «Questo è il bello di non essere la ragazza più carina della festa.»

All’inizio sono contenta, poi gelosa. Poi arrabbiata.

Sono contenta perché non punteranno me, ma un’altra. Perché le loro cattive intenzioni (se mai ne avessero) sarebbero dirette altrove. È un concetto cattivo e sbagliato: sono contenta di non essere io la potenziale vittima.

Perché non mi reputano carina abbastanza? Abbastanza per cosa, poi? Conosco appena gli altri invitati. Non sarò bellissima, ma non sono nemmeno così malaccio, questo lo so. Allora perché non guardano anche me? Anche questo è un pensiero cattivo: sono gelosa, ingiustificata.

Infine, mi arrabbio con me stessa e con loro. Io sono carina, grazie tante. Io mi sento particolarmente carina, oggi. Per la prima volta ho messo dei tacchi comodi, un bel vestito. Voglio divertirmi, non voglio pensare ad altro.

tumblr_o6hbfoQg8b1uvx17wo1_500.jpgFingo di non notare il fatto che nessuno di loro mi noti e volete sapere la verità? Dentro di me so di non volerlo nemmeno. Mi piace semplicemente l’idea di interessare a qualcuno, ma so che se uno sconosciuto mi ballasse attorno, scapperei a gambe levate.

Sono valida così come sono, e sono carina e intelligente e imbarazzante e rompiballe come tutte le altre persone. Non ho bisogno che un altro ragazzo mi valorizzi o mi approvi. Questo è un concetto giusto, ma è difficile metterlo in pratica – una deformazione professionale.

Non so chi sia la causa della mia contentezza e gelosia: la società, che ha sempre colpa di tutto? So solo che arrabbiarmi era l’unica reazione valida.

Cosa un ragazzo pensa di me non deve influire su cosa io penso di me.

Alessia xx

gnome: aforisma, sentenza