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Spiegare, non giustificare

Quando scrivo, le mie parti preferite sono le descrizioni e la narrazione. Mi basta immaginare il mio personaggio o le sue azioni in relazione all’ambiente, e inizio a scrivere senza problemi.

Il guaio arriva quando devo scrivere dialoghi o flussi di coscienza. So che per molti scrittori è esattamente il contrario, forse perchè i dialoghi si ispirano a situazioni reali o sono più semplici da immaginare, ma nel mio caso, ogni volta che devo iniziare un dialogo inizio a sclerare.

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Il mio problema è tendo a rendere tutto melodrammatico, quindi devo trattenermi dal trasformare il mio racconto in una telenovela argentina. Quindi ecco il mio consiglio poco esperto (in realtà diretto a me stessa): quando descrivete i pensieri dei vostri personaggi dovete spiegare, non giustificare.

Spiegare significa descrivere in maniera più o meno accurata, dando spazio e fiducia al lettore. Significa ricreare l’emozione e il ragionamento del personaggio, ampliando il senso delle sue azioni.
Spiegare significa dimostrare di non aver dubbi su quello che si sta scrivendo, o almeno fingere per il bene del lettore di non averne.

Giustificare, invece, è sinonimo di insicurezza. Se ho bisogno di giustificare un’azione, vuol dire che in primo luogo quell’azione non è stata descritta a dovere.
Giustificare significa cercare di convincere il lettore che la storia va proprio così, senza lasciarlo libero di capirlo da solo, per timore che possa leggere oltre le nostre parole.

Il confine tra la spiegazione e la giustificazione non è così marcato, ma in qualche modo potreste accorgervene. La spiegazione è fluida e rimanda alle azioni precedenti, senza chiamarle troppo in causa. La giustificazione è ridondante e a volte esagera le vostre parole, dicendo cose che non c’entrano assolutamente niente.

writing-badMa come faccio (io medesima) ad accorgermi di star scrivendo una giustificazione? Mi sento in colpa, ecco quanto è strano il mio cervello.
Forse è perché so di aver mancato di raccontare qualcosa prima o di aver scritto con troppa fretta. Allora guardo il paragrafo e so che in realtà non ho spiegato un bel niente.

In fin dei conti, scrivere non è così facile. Noi abbiamo tutta la storia e i pensieri dei personaggi in testa, ci sembra ovvio quello che scriviamo ed è più rapido giustificare le nostre scelte, piuttosto che spiegarle senza creare un trauma nei lettori – ma tutto è possibile!

Alessia xx

arguire: dedurre dagli indizi

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Caterina e la nuvola d’oro: una vita a rovescio

Ho conosciuto Simona Baldelli alla presentazione del suo nuovo libro: dopo tanti anni a calcare il palcoscenico, ha una strana difficoltà nel definirsi scrittrice, nonostante La vita a rovescio non sia il suo primo romanzo.

«La storia di questo libro nasce grazie a una sbronza»

Un’amica le aveva regalato un libro dalla copertina arancione – no, rossa, ma chissà perché la sua mente continua a ricordarla arancione. Si trattava di un saggio storico, non esattamente il suo genere preferito, ma per non fare un torto a nessuno aveva nascosto il libro in valigia, senza nemmeno darvi un’occhiata.

Dopo le birre strappate all’unico locale ancora aperto a quell’ora di notte e con troppo poco sonno in corpo, il giorno dopo vagava per le sale conferenze del Salone Internazionale del Libro, alla ricerca di un angolino in cui riposarsi. Seduta in fondo a una sala semivuota, il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi fu: «Sicuramente stanno presentando un saggio storico».

«Un poco alla volta mi sono svegliata e ho iniziato a sentire dei suoni. Poi quei suoni si sono trasformati in parole e quelle parole in frasi. E quelle frasi in una storia bellissima. Stavano presentano quel mio libro con la copertina arancione»

cover.jpgCon il viso deturpato dal vaiolo, Caterina Vizzani vive a Roma. Tiene i conti per la falegnameria del padre ed è più sveglia di molti maschi che comandano il suo piccolo mondo. Nella scuola di cucito che è costretta a frequentare, Caterina conosce Margherita dai capelli d’oro.

Margherita che non ha paura della cicatrice sul suo viso – anzi, quando sono insieme è Caterina a dimenticarsi di essere tanto imperfetta. Margherita che ogni sera le racconta dell’amore tra Bradamante e Fiordispina come fosse un loro segreto, e forse c’è davvero qualcosa da tener nascosto: natura, no – stregoneria.

Qualsiasi sia quel nome tanto sospirato dalle due amanti, troppo grave è la colpa di Caterina, che è costretta a fuggire da Roma. Un’infestazione di cimici le farà scoprire Giovanni Bordoni. Grazie a lui, Caterina deciderà di mandare all’aria quel copione striminzito impartitole per nascita e nel suo nuovo costume, comincia a sentirsi padrone della scena, padrone del mondo.

Perché adesso che è un maschio, la sua cicatrice vaiolata non spaventa più le donne, ma le seduce, e l’ambizione all’indipendenza tanto condannata in Caterina, per Giovanni diventa sinonimo di grandezza d’animo. Il suo più grande desiderio è diventare un cavaliere come Bradamante, ma la brama di un potere negato alle donne spesso allontanerà Giovanni dal fare la scelta giusta, dal creare il suo regno a rovescio.

Quando mi è stato proposto questo libro sono stata molto felice di dargli un’occasione: personalmente non avevo mai letto un autore italiano parlare dell’identità sessuale e in generale è un tema su cui mi piace discutere.

cover.jpgInoltre, la caratteristica di questo romanzo è che nonostante la questione affrontata ovviamente influisca sulle scelte di Caterina, la storia non ne viene monopolizzata. Non ci sono capitoli eterni sull’educazione sessuale o manifesti per la parità dei diritti: è la storia di una ragazza vera che vuole essere libera, anche se per farlo deve indossare un costume, e anche se questo può sembrare una contraddizione.

Proprio il fatto che sia una storia vera in alcuni casi potrà farvi arrabbiare: a tratti Caterina mi era sembrata egoista e maschilista. Non riuscivo ad accettare come proprio lei, avendo una possibilità di riscatto, potesse preferire i privilegi maschili della vita sessuale e lavorativa! Avrebbe potuto ribaltare il mondo, invece si era limitata a scalarlo.

Questo perché siamo abituati personaggi realistici, ma inventati – personaggi che possono farsi carico di essere paladini della giustizia senza in realtà perdere nulla, perché la loro vita nasce direttamente dalla tastiera dello scrittore. Nella vita vera, invece, pur avendo idee di giustizia e di parità, il primo istinto è sempre quello di proteggersi.

Consiglio La vita a rovescio di Simona Baldelli a chi ama le vite avventurose e turbolente, a chi non può credere che tutto ciò sia realmente accaduto e a chi – invece – ha sempre creduto che la letteratura e la poesia siano roba da pazzi.

Alessia xx
(Simona Baldelli è pubblicata da Giunti Editore: trovate qui tutti i suoi libri
La vita a rovescio è stato nominato libro del mese per Fahrenheit-Radio Tre)

picacismo: disturbo dell’alimentazione caratterizzato dall’ingestione prolungata di sostanze non nutritive (carta, legno…)

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A contestare Piero Angela

«L’omosessualità non è una malattia […] ma la malattia è l’omofobia, e alla base di questo ci sono le stesse molle che aizzavano i nazisti»

Non credo  (non posso credere) che l’omofobia sia una malattia, perché questa definizione la giustificherebbe. La mia solita vena critica è impaziente: lasciatemi spiegare!

Se l’omofobia fosse una malattia, potremmo giustamente paragonarla ad altre fobie, come l’idrofobia, l’acluofobia, l’ofidiofobia – che sono tutte valide e hanno ragioni per esistere: senza saper nuotare si può affogare, nel buio può nascondersi un pazzo maniaco e anche un serpente velenoso può uccidere.

Al contrario l’omofobia non è una fobia: gli omosessuali non sono più criminali o più indecenti degli etero, non sono velenosi e non mordonoSarebbe quasi più sensato parlare della generica paura delle persone: un’esasperazione, certo, ma guardando in faccia la realtà, non mi sembra una cosa tanto ingiustificata.

L’omosessualità non è una malattia contagiosa da scansare: ho paura dell’ebola, perché ha ucciso e continua a farlo. Essere gay non ha mai ucciso nessuno – ah, no, scusate.

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«Alla base di tutto c’è sempre un problema culturale […] per questo la migliore prevenzione ha un solo nome: educazione» e un po’ salvano la discussione.

Mi piacciono le parole, soprattutto quelle giuste e ho capito quello che intendeva fare il professor Jannini: una frase ad effetto proprio niente male. Nella mia mente, gli ho anche dato una pacca sulla spalla, ma bisogna stare attenti alle definizioni: se l’omofobia fosse realmente una malattia, quante violenze sarebbero tecnicamente scusate davanti alla legge?

In un processo, ci si potrebbe appellare allo stato di infermità mentale, ottenendo delle attenuanti – in verità dando una giustificazione all’intolleranza e al pregiudizio.

La mia immaginazione corre troppo? Spero di sì e spero perdonerete questo mio discorso esasperato. A proposito di fobie, avete mai sentito parlare di eterofobia?

Alessia xx

acluofobia: paura dell’oscurità e del buio

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Friendly reminder: stay decent

Una donna è appena entrata nella nostra classe. Suppongo sia la nostra prof, ma l’aula non si direbbe il suo habitat naturale, piuttosto la potresti incontrare seduta su una rampa da skateboard, a discutere di filosofia. Probabilmente le sorriderei – come faccio adesso, anche se un po’ sorpresa – perché tutto – dai suoi capelli asimmetrici alle grandi ali tatuate dietro la schiena – mi ispira fiducia e non saprei dire nemmeno perché.

«Cerchiamo di essere persone decenti»

Queste sono state le prime parole di Beth.
Le più belle parole dette da una persona vera, e non dall’eroe di un libro o da una canzone hippie. Beth parla, seduta sulla cattedra, di inclusione e di rispetto.

«Qualsiasi sia la persona in cui l’altro si identifica, noi abbiamo il dovere di rispettarla»

Una filosofia tanto semplice che verrebbe da pensare che non sia poi una così grande rivelazione: ha scoperto l’acqua calda.

Non si parla mai di quanto sia importante il rispetto, mai una volta in ambito quotidiano o almeno – mai abbastanza: forse perché abbiamo mille altre preoccupazioni e poco tempo per pensarci o forse perché ci sembra così scontato che non ha senso preoccuparsene.
La tua libertà finisce dove inizia la mia. Questo lo sanno tutti e tutti sanno come comportarsi.

A volte, però abbiamo bisogno di sentircelo dire. Come un figlio che si sente dire «Copriti bene!» anche se ha vent’anni e sicuramente sa come abbottonare un cappotto.
«Mamma, per favore» si lamenterà esasperato, controllando un’ultima volta i bottoni – solo per sicurezza.

La stesso vale per Beth: non ci ha insegnato il rispetto, ce l’ha ricordato.
Ho davvero apprezzato le sue parole, così tanto che mentre l’ascoltavo mi veniva da piangere. In quel momento ho realizzato da quanto tempo stessi aspettando qualcuno che mi parlasse di questo. Che ne parlasse seriamente, ma non come fosse un dovere, piuttosto come una dimostrazione di affetto.

Cerchiamo di essere persone decenti.tumblr_nxm1caJy8l1tq2ksdo1_540

Alessia xx

rodomontata: prepotenza, bravata (da un personaggio dell’Orlando Innamorato)

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Eterofobia: una spiegazione

Tralasciando l’identità religiosa dell’assassino del Pulse di Orlando, è comunque impossibile negare che dietro le sue azioni ci sia stata una convinta omofobia.

Cosa è l’omofobia? Più che di paura, si tratta dell’avversione nei confronti di omosessuali, bisessuali e transessuali, ovvero di chiunque non sia attratto (esclusivamente o biologicamente) dal sesso opposto.

In ogni caso, è una verità socialmente accettata che la comunità lgbt+ non sia più indecente o più criminale di quanto lo siano gli eterosessuali.

L’omofobia è quindi una discriminazione, dettata dai pregiudizi e dall’eteronormatività.

Cosa è l’eteronormatività? La credenza che esistano solo due generi (maschile e femminile) e che l’unico orientamento sessuale possibile sia l’eterosessualità.

Alla luce dei fatti di Orlando mi sono chiesta se non fosse più logico parlare di eterofobiadato che è la comunità lgbt+ a vedersi negare alcuni diritti e ad essere attaccata con le parole e con le azioni.

A quanto pare, la parola eterofobia esiste – non ufficialmente e non sui dizionari – ma il significato che le è stato attribuito non mi ha totalmente convinto.

Sul piano etimologico indica la paura di chi è diverso, ma questo concetto è già espresso dalla xenofobia, la paura dello straniero, di colui che ha una cultura e uno stile di vita diverso dal nostro.

Si potrebbe considerare l’eterofobia come l’opposto dell’omofobia, quindi come l’avversione nei confronti degli eterosessuali in quanto tali, ma ciò porterebbe ancora una volta a una discriminazione, piuttosto che a una vera e propria paura.

Cosa è l’eterofobia? E’ la paura degli eteronormativi, ovvero di coloro che non concepiscono e non tollerano le diverse identità sessuali e di genere, ed esprimono tale intolleranza con violenza verbale e fisica.

L’eterofobia è un’invenzione?

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Dopo la strage di Orlando di certo non saranno gli etero ad aver paura di essere fucilati a tradimento durante una festa.

Alessia xx
(trovate qui una definizione più specifica dell’eterofobia secondo il mio parere)

mahrokh: (persiano) letteralmente “viso di luna”, un complimento usato principalmente per le donne, dove la luna rappresenta il più alto livello di bellezza

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Eterofobia

L’eterofobia è la paura di condividere la propria non-eteronormatività con gli eterosessuali perché questi potrebbero rivelarsi eteronormativi.

E’ aver paura di confidare dubbi riguardo la propria identità sessuale o di genere perché gli etero potrebbero sminuirli come «solo una fase».

E’ aver paura di chiedere opinioni riguardo questioni lgbt+ perché gli etero potrebbero essere contrari a ciò che tu ritieni un diritto.

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E’ aver paura di dichiararsi omosessuale, bisessuale, transessuale, pansessuale o asessuale perché gli etero potrebbero iniziare a trattarti diversamente.

E’ aver paura di dimostrare pubblicamente la propria attrazione non-eteronormativa perché gli etero potrebbero condannare la tua natura.

E’ andare in un gay club, dove non dovresti aver paura di nessuna delle cose precedenti, e aver paura che un eternormativo mentalmente instabile possa aprire il fuoco e massacrare degli innocenti.

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Ma l’eterofobia nel nostro vocabolario ancora non esiste.

Alessia xx
(ho spiegato qui il perché dell’eterofobia)

eteronormatività: la credenza che esistano solo due generi (maschile e femminile) e che l’unico orientamento sessuale possibile sia l’eterosessualità.

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Così è… (se vi pare)

Cosi-e-se-vi-pare«Quest’anno vieni a fare teatro?»

Ero parecchio indecisa: l’anno scorso avevo partecipato al teatro della scuola – avevo avuto una particina, di cui, se non altro, tutti si ricordavano (per ovvi doppi sensi motivi):

«Si tolse il cappello, allungò la mano oltre il mancorrente della scaletta e lo lasciò cadere giù. Sembrava un uccello stanco, o una frittata blu con le ali. […] Evidentemente era un uccello, non una frittata»

(Novecento – Alessandro Baricco)

Quello che più mi aveva spaventato era il dover lavorare per mesi insieme a ragazzi che conoscevo solo per averli incrociati nei corridoi. Immaginate quindi il mio shock quando alla prima lezione di teatro vidi più di 50 ragazzi! (ho pregato intensamente che molti abbandonassero la nave il progetto, perché erano davvero troppi e io non conoscevo nessuno) (sono una brutta persona, lo so)

Per farla breve, l’anno scorso è stata quella che si può chiamare un’esperienza: la storia era interessante e la maggior parte degli attori era simpatica e non così tanto spaventosa rispetto a come me l’ero immaginata (obv). Però non ero diventata parte del gruppo e non ero nella posizione di fare battute stupide senza farmi mille paranoie (il che è oggettivamente l’unico metro valido per valutare un’amicizia).

«Quest’anno vieni a fare teatro?»
«Non credo»

«A teatro stiamo facendo degli esercizi per la fiducia, come nei film! Questo regista è proprio bravo, altro che quello dell’anno scorso!»
«Ma se tu l’anno scorso nemmeno venivi a teatro!»

«Oggi forse iniziamo a vedere il copione: tu ci vieni questa volta?»
«Mhh…  Okay»

Avete mai realizzato come una parola in più o in meno possa trasformare la vostra vita? Forse solo per poco; magari quanto basta.

E’ stato un lungo lavoro: non si trattava certo di una commedia o di una storia affascinante come era stato per Novecento. Ci vuole del tempo per capire Pirandello e soprattutto per accettarne l’idea, perché ogni tanto si riaffacciava il dubbio che non fosse la scelta più azzeccata: «Altro che questo Pirandello di **! Dovevamo fare Sogno di una Notte di Mezza Estate!»

In tre mesi, abbiamo ridotto e personalizzato Pirandello: quasi senza accorgercene, abbiamo assistito alla crescita dei personaggi, che sono diventati non più soltanto di Pirandello, ma anche dei singoli attori.

Abbiamo creato le scenografie e provato anche mentre martellavano i pannelli di sfondo (in un’atmosfera di escandescenza generale), cercato vecchi vestiti di famiglia e bisticciato con il regista che avrebbe voluto fare strane acconciature con i miei capelli!Schermata-2012-03-15-a-13.07.45

Il 30 maggio siamo andati in rappresentazione con Così è… (se vi pare) e pur tra battute scribacchiate sulle mani e microfoni assenti ce la siamo cavata! Quella storia che prima non ci entusiasmava più di tanto, ora non facciamo che citarla, tanto che anche le battute sbagliate e improvvisate quel giorno sul palco sono diventate quasi parte di un nuovo copione.

Il 1 giugno abbiamo partecipato alla rassegna teatrale SKENE, organizzata dal Liceo Salvemini di Bari, vincendo i premi per miglior attrice protagonista e miglior attore non protagonista e classificandoci al secondo posto!

Al di là della nostra vittoria e del mio ruolo nello spettacolo, sono estremamente contenta di aver fatto teatro quest’anno: ho conosciuto persone fantastiche che non avrei potuto incontrare in altro modo, con le quali in poco tempo si è creata una strana e pazza amicizia ❤️

E pensare che non avrei mai potuto conoscerle se non fosse stato per quell’amico che continuava a raccontarmi del teatro: magari ne parlava solo perché lui si stava divertendo e molto probabilmente non gli interessava affatto convincermi a partecipare, in ogni caso ecco la dimostrazione di come poche parole involontarie possano scatenare scelte più che giuste!tumblr_nbckg6x2ks1tkjhdko1_500

Alessia xx

venale: che si può vendere, di persona che agisce solo per il proprio interesse

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Premio Scriviamoci 2016/17

Una locandina appiccicata alla macchinetta del caffè, tanto che mi ci è voluto un po’ per notare quello strano omino in punta di piedi su una stilografica, e sotto la parola: Scriviamoci.

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Scrivere a se stessi mi ha sempre incuriosita (soprattutto dopo aver visto la puntata di HIMYM in cui Marshall ritrova una lettera scritta da giovane per il se stesso adulto) perché adesso che sono più cosciente delle mie scelte (nel senso che ricordo di aver fatto cose – al contrario dell’infanzia), riesco a realizzare meglio dove ho sbagliato e in cosa sono migliorata.

O in cosa spero di migliorare.

Inventa una situazione in cui, tra qualche anno, mettendo in ordine le tue cose, troverai un oggetto della tua adolescenza. Prendi spunto da questo episodio per riflettere su come sei ora e su come potresti diventare.

Così ho iniziato a lavorare, scavando tra biglietti d’ingresso ai musei e carte d’imbarco, senza trovare una vera e propria ispirazione, fino a quando non ho realizzato che forse qui non si trattava di ciò che sarei voluta diventare in futuro, ma di quello che avrei potuto imparare dal mio modo di essere al presente.

Queste rivelazione, giusta o sbagliata che sia stata, mi ha indicato la direzione in cui procedere: a questo punto, non restava che aspettare che venissero pubblicati i risultati!

Sabato 14 maggio: era il mio ultimo giorno a Valencia e mi trovavo sul terrazzo dell’hotel, unico punto in cui, per qualche coincidenza divina, c’era una mezza tacca di wi-fi.

“… presso il Salone Internazionale del Libro di Torino …”
” … presentato in anteprima il diario Scriviamoci 2016/2017 …”
“… questi gli autori dei racconti …”

E verso la fine della lista, in neretto, spunta il mio nome.
Sono stata costretta a leggerlo due, tre volte perché quasi non ci credevo – magari si trattava di qualcuno con un nome troppo simile al mio, come San Tommaso 😷

Alla fine mi sono arresa: ero proprio io – scelta tra settecento e più testi. Un mio lavoro, pubblicato per la prima volta! In quel momento, mi è sembrato di vedere un po’ più chiaramente la strada che vorrei percorrere.

“… l’avventura del Premio Scriviamoci non termina qui …”

Adesso mi tocca aspettare l’8 luglio, in occasione del Premio Strega, per scoprire chi tra i dodici finalisti verrà premiato. L’8 luglio, però, è ancora lontano: per adesso mi godo la sensazione di poter leggere quel mio nome in neretto!

Alessia xx
(trovate qui il sito della Fondazione Bellonci, che ha orgnizzato il Premio, e tutti i nomi dei finalisti)

veniale: che può essere perdonato

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La complicata vita degli etero

tumblr_nhcmtjEgyk1s3dngxo3_1280L’amicizia tra uomo e donna ha tutte le possibilità di esistere. C’è un unico problema: non è quello a cui siamo socialmente abituati. Non fraintendetemi, questo tipo di amicizia esiste eccome, ma è molto spesso accompagnata da un’aura di malizia tutt’altro che involontaria.

Non importa quale sia il vostro genere, basta che portiate con voi un rappresentante del sesso opposto e in men che non si dica vostra madre, un parente qualsiasi, anche il tizio che abita sotto di voi di cui non sapete nemmeno il nome, penserà che si tratti della vostra Anima Gemella.

Se le allusioni possono in alcuni casi essere lusinghiere, in altre situazioni sono profondamente snervanti perché per l’amor del cielo, lasciatemi vivere una semplice amicizia senza farvi film mentali! Dopo un po’ di tempo – dopo che vi avranno estratto a forza la cronistoria del vostro fantomatico partner – lasceranno perdere, ma credete che in questo modo abbiano imparato?

Il problema sta nel fatto che la società non è abituata a svincolare l’abbinamento uomo/donna dall’attrazione sessuale, perché evidentemente un individuo x, dotato di gameti femminili, non può che essere attratto dall’individuo y che le sta di fronte, dotato di gameti maschili.

In fondo al pontile si trovava la guida che li avrebbe condotti al rifugio segreto.
«Assomigli sempre più a tuo padre» ridacchiò quello, aprendo le braccia. Poi adocchiò la sconosciuta oltre le sue spalle «Non sapevo avessi già preso moglie!»
«Moglie? Ah, niente affatto» ribatté lei «noi siamo … »
«Amici»
«Compagni»
«Diciamo conoscenti»
«Giusto»

(esempio di un dialogo molto comune nelle storie alla “odi et amo”. nonostante vada matta per queste storie, non si può negare quanto sia evidente la conclusione per i due personaggi, sin da queste poche battute)

Se a impedire l’amicizia tra uomo e donna è la semplice attrazione fisica, come la mettiamo con chiunque non sia eterosessuale? Tanto per fare un esempio, i bisessuali: mai incontrate persone con così pochi amici!

Anche tra gay e tra lesbiche c’è un’innegabile attrazione fisica, ma ciò non rende l’amicizia con lo stesso sesso meno valida agli occhi della società. Né a vostra madre, al parente qualsiasi, al tizio che abita sotto di voi di cui non sapete nemmeno il nome, passerà per la mente come prima ipotesi che abbiate una fantomatica relazione con quell’amico del vostro stesso genere che vi portate sempre dietro.

Le relazioni omosessuali valgono tanto quanto quelle eterosessuali. Di conseguenza, se le amicizie tra lo stesso sesso sono possibili, pur ammesso il “rischio” di un coinvolgimento amoroso, cosa c’è di diverso nelle amicizie tra generi opposti?

Bisogna normalizzare il concetto che l’attrazione amorosa e/o fisica non esiste solo nel binomio uomo/donna. A questo punto ci sono solo due possibilità: non stringere alcuna amicizia perché non importa il tuo orientamento, tu potresti innamorarti di me in qualsiasi momento. Oppure, capire che tra chiunque un’amicizia può nascere, cambiare o più semplicemente rimanere tale.

Alessia xx

panacea: rimedio portentoso