2

Il mio nome è univoco

Quest’anno mi sono improvvisata insegnate e ho partecipato a un progetto per l’insegnamento dell’italiano, rivolto agli immigrati del mio paese, la maggior parte provenienti dal Punjab, un territorio tra l’India e il Pakistan. Adoro la cultura indiana, dai film, al cibo, alle tradizioni e ho colto al volo questa occasione!

Una cosa che mi preoccupava era dover imparare tutti i nomi: volevo saperli pronunciare bene, ma temevo di confondere una persona con un’altra. Quando mi hanno presentato i ragazzi, oltre a i nomi “strani” che mi aspettavo, c’erano anche un Ugo, un Carlo e un Vito. Mi era sembrato strano, ma forse ero io a sbagliarmi: l’Italia non ha i diritti d’autore su determinati nomi. Poi mi hanno spiegato: se il vero nome era troppo lungo o complicato, i loro datori di lavoro li chiamavano in un altro modo, con un nome più breve e conciso. Cattura

Io tengo al mio nome e non vorrei chiamarmi altrimenti. È la mia firma sotto ogni documento e compito in classe, alla fine di ogni articolo sul blog. Non avrebbe senso se gli altri mi chiamassero in un altro modo.

Se siete affascinati delle altre lingue, allora sarete d’accordo con me quando dico che conoscere i nomi stranieri dà l’impressione di parlare almeno un po’ la lingua. È un’illusione, certo, ma anche un semplice nome è una parola in più nel mio bagaglio linguistico. Quindi dal mio punto di vista, non capisco perché i nomi di quei ragazzi siano stati sostituiti. Tarjinder o Jarjeet sono nomi così difficili? Di sicuro sono simili e all’inizio si potrebbero confondere, ma questo accade anche tra persone con nomi italiani. E non si tratta nemmeno di diminuitivi, perché Ugo non è il diminutivo di Tarjinder.

Dipende forse dal fatto che i loro datori di lavori siano contadini anziani e poco disposti ad adattarsi? Forse, ma per me ha un significato più profondo. Questi ragazzi vengono in Italia per cercare di guadagnare qualcosa in più, e se ne valga la pena per loro è un’altra questione. In ogni caso, lasciano indietro parte della loro famiglia, amici, cultura… fategli conservare almeno il loro vero nome!

Shakespeare diceva: ciò che chiamiamo rosa con un altro nome profumerebbe lo stesso.

Ma perché usare un altro nome? Mi identifico da 18 anni nel mio nome, perché qualcuno dovrebbe cambiarlo? Credo che l’integrazione parta proprio da questo, usare i nomi giusti, senza italianizzare tutto.

La mia famiglia viene dalla Nigeria, e il mio nome per intero è Uzoamaka. A scuola nessuno sapeva pronunciare il mio nome, così chiesi a mia madre se potevo chiamarmi Zoe. Ricordo che stava cucinando, e nel suo accento nigeriano mi chiese: «Perché?» Io dissi: «Nessuno lo sa pronunciare.» Senza battere ciglio, lei disse: «Se possono imparare a dire Tchaikovsky e Michelangelo e Dostoevskij, allora possono imparare a dire Uzoamaka.»

(Uzo Aduba)

Alessia xx

 

1

Friendly reminder: stay decent

Una donna è appena entrata nella nostra classe. Suppongo sia la nostra prof, ma l’aula non si direbbe il suo habitat naturale, piuttosto la potresti incontrare seduta su una rampa da skateboard, a discutere di filosofia. Probabilmente le sorriderei – come faccio adesso, anche se un po’ sorpresa – perché tutto – dai suoi capelli asimmetrici alle grandi ali tatuate dietro la schiena – mi ispira fiducia e non saprei dire nemmeno perché.

«Cerchiamo di essere persone decenti»

Queste sono state le prime parole di Beth.
Le più belle parole dette da una persona vera, e non dall’eroe di un libro o da una canzone hippie. Beth parla, seduta sulla cattedra, di inclusione e di rispetto.

«Qualsiasi sia la persona in cui l’altro si identifica, noi abbiamo il dovere di rispettarla»

Una filosofia tanto semplice che verrebbe da pensare che non sia poi una così grande rivelazione: ha scoperto l’acqua calda.

Non si parla mai di quanto sia importante il rispetto, mai una volta in ambito quotidiano o almeno – mai abbastanza: forse perché abbiamo mille altre preoccupazioni e poco tempo per pensarci o forse perché ci sembra così scontato che non ha senso preoccuparsene.
La tua libertà finisce dove inizia la mia. Questo lo sanno tutti e tutti sanno come comportarsi.

A volte, però abbiamo bisogno di sentircelo dire. Come un figlio che si sente dire «Copriti bene!» anche se ha vent’anni e sicuramente sa come abbottonare un cappotto.
«Mamma, per favore» si lamenterà esasperato, controllando un’ultima volta i bottoni – solo per sicurezza.

La stesso vale per Beth: non ci ha insegnato il rispetto, ce l’ha ricordato.
Ho davvero apprezzato le sue parole, così tanto che mentre l’ascoltavo mi veniva da piangere. In quel momento ho realizzato da quanto tempo stessi aspettando qualcuno che mi parlasse di questo. Che ne parlasse seriamente, ma non come fosse un dovere, piuttosto come una dimostrazione di affetto.

Cerchiamo di essere persone decenti.tumblr_nxm1caJy8l1tq2ksdo1_540

Alessia xx

rodomontata: prepotenza, bravata (da un personaggio dell’Orlando Innamorato)

1

Stonata, ma poliglotta?

«Se avessi un solo desiderio, cosa desidereresti?»

Fino a un anno fa avrei risposto «essere almeno un poco intonata» perché, passi “tanti auguri a te”, per il resto del mio repertorio non c’è via di salvezza. Adesso, invece, ciò che desidero veramente è parlare, scrivere e comprendere più lingue, come il francese, lo spagnolo e il giapponese.

Per questo, quando ho avuto la possibilità di frequentare per una settimana la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici a Pisa in men che non si dica ho prenotato l’autobus (per la bellezza di 16 ore di tortura viaggio) e mi sono catapultata a Pisa con il mio bel cartellino da “Visitatore” appeso al collo.

La nostra prima lezione è stata Traduzione audiovisiva (non che il nome spieghi molto): in pratica, sottotitolaggio e doppiaggio di Peppa Pig.

Può sembrare semplice e imbarazzante, ma quando devi tradurre «who buys all this rubbish?» e la prima traduzione che ti viene in mente è «chi compra tutta questa merda?», ma non puoi assolutamente scriverla perchè devi pensare ai bambini!… Lì capisci come anche la traduzione di Peppa Pig non sia poi così scontata.

static1.squarespace.jpg

Una lezione particolarmente strana è stata Mediazione linguistica orale, ovvero come i traduttori in diretta dei talk show. La generale idea di fare una traduzione del genere era inverosimile soprattutto perché (scientificamente provato) avremmo dovuto usare simultaneamente i due emisferi cerebrali, per ascoltare e tradurre all’istante (o quasi).

Con molta probabilità i miei emisferi sarebbero collassati (ma gli interpreti professionisti possono tradurre simultaneamente solo per mezz’ora, quindi il mio noncollasso è giustificato).

Indossando le cuffie, dovevamo ripetere ciò che la prof leggeva – nel momento stesso in cui leggeva – e contemporaneamente scrivere numeri in ordine decrescente.
Inutile dire che le nostre serie contavano più numeri del dovuto, e neanche nell’ordine giusto 😌

La regina della nullafacenza (Conversazione) si è rivelata invece la lezione migliore in assoluto: nessun innovativo metodo d’insegnamento, solo conversazione. Ma quando a parlare è una persona decente come Beth, ognuno trova un poco di coraggio per dire la sua.

Questa settimana a Pisa ha reso un po’ più possibile il mio famoso desiderio: non so ancora scrivere in giapponese e tutto ciò che capisco quando ascolto il francese è un gorgoglio di erre e in verità non ho alcuna certezza di poter studiare in quella scuola, ma so che potrei realizzarlo. Anche se non frequento un linguistico, anche se ci sono così tante parole che non conosco e che non so nemmeno pronunciare.

Perché ho capito che è quello che vorrei fare: scegliere le parole giuste per tradurre quei libri che ho letto in lingua – libri bellissimi da non smettere di leggerli – e farli conoscere a chi non si sognerebbe mai di leggere in una lingua straniera.

Più semplicemente, sono fan (di un numero spropositato di cose), e so quanto sia importante una buona traduzione: magari potrei essere d’aiuto.

Alessia xx

nottivago: una persona che vaga di notte o che è sonnambulo