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Lavoro e performance

Mi ritrovo a fissare lo schermo bianco e il cursore che pulsa, alla ricerca delle parole giuste per descrivermi. Devo fare una buona impressione se voglio che mi notino, soprattutto dal momento che non ho molta esperienza lavorativa. Allora devo spingere al massimo le mie doti retoriche, esaltare le mie capacità di enterpreneurship, la mia attitudine verso il team work.

Questo è quello che viene spesso ridicolizzato come “gergo di Linkedin”, dove il lavoro di cameriere è probabilmente descritto come “responsabile della food security and safety in un family business“. (Rispetto per i camerieri, il punto di questo articolo è chiaramente un altro). E non fraintendetemi, sarebbe più o meno tutto vero e ci si potrebbe anche immedesimare, se solo la cosa non fosse raccontata in modo tanto pretenzioso. Ma il nocciolo è questa necessità di trasformare qualsiasi cosa in un atto performativo e faccio riferimento soprattutto a Linkedin. La colpa, ovviamente, non è di chi scrive in questo modo, perché è ormai un circolo vizioso: tutto deve apparire professionale e professionalizzante, e se non partecipi al gioco – perché è essenzialmente un gioco di retorica – sei un po’ un reietto: l’animatore del camposcuola tra i team-building manager – e così via, potremmo fare un gioco a trovare sinonimi trendy per tutti i lavori.

Ora, qualcuno potrebbe giustamente dire: se non ti piacciono, non leggere quei post. Al che risponderei: purtroppo nel mondo di Linkedin, e nel più generale mercato del lavoro, sono costretta a navigarci e la realtà è che – facendo riferimento al mio settore, ovvero la traduzione – dire “ho accompagnato gli zii dell’America a vedere le chiesette del mio paese” è ben diverso dal dire “organizzo tour in lingua inglese per appassionati di arte romanica pugliese“. Per non rischiare di essere esclusa dalla corsa al lavoro, anche io devo abbellire il mio CV, le mie esperienze, e la cosa peggiore è quando non hai ancora esperienze, perché devi abbellire anche quel vuoto.

Così, manca poco alla laurea magistrale e mi trovo in questa finestra temporale in cui il pensiero di non avere un lavoro – qualsiasi lavoro – viene alleviato solo in parte dalla giustificazione del “per ora sto pensando alla laurea”.

Dunque, nell’attesa di trovare proposte interessanti, o che qualcuno risponda alle mie candidature, ho iniziato a sistemare profilo Linkedin e CV, che comunque serve sempre. (Sto usando Canva, per chi fosse interessato, ed è magnifico se vi piace allineare tutto con grande soddisfazione). Modifico il CV, impagino in modo aesthetically pleasing e onestamente sono molto soddisfatta: a giudicare dalle mie doti grafiche, mi assumerei. Poi passo al profilo Linkedin, che ammetto di non curare molto, per i motivi di cui sopra: post pretenziosi e un leggero senso di depressione quando vedo che tutti trovano lavoro tranne me. (Sono autorizzata a una punta di autocommiserazione se vi ricordo che ho 23 anni e sono autoironica?). Ma comunque ha anche i suoi pregi.

Sistemata la mia “vetrina”, resta ancora un problema: io su Linkedin di post non ne scrivo e non ne commento. Come diremmo noi giovani “non ho sbatti”: vorrei trovare lavoro, e non scrivere di voler trovare lavoro, se ha senso il ragionamento. Invece, sembra che sia assolutamente necessario farlo, far sentire la propria voce, come se tutti dovessero avere un blog per dire cose intelligenti. Personalmente, la trovo una cosa estenuante: è diventato un social network, nel senso negativo del termine, al livello di Facebook e Instagram, ma per workaholics. Tuttavia, quando questa mania di abbellimento tocca ambiti più seri come il lavoro, non mi piace più così tanto. Suppongo che, se si chiama “mercato del lavoro”, un motivo ci sarà: ci mettiamo tutti in vendita e alla fine diventa un po’ una fiera, a chi strilla più forte, a chi ha il baracchino più colorato. Non tutti sanno fare i venditori in fiera, però, non tutti vogliono farlo, eppure dobbiamo, altrimenti saremo fuori dalla festa.

Non voglio fare della mia ricerca di lavoro-assunzione-promozione-licenziamento una performance. Non voglio dover curare nei minimi dettagli la grafica del mio CV e abbellirlo con iperboli per avere più probabilità di essere scelta. Non voglio mostrare la mia “mercanzia”. Vorrei poter dire: ecco quello che so fare, ecco quello che vorrei fare, spero mi considererete. Certo, il modo in cui si dicono le cose è importante, non stiamo mica parlando di essere sbrigativi o sciatti, bensì di non dover essere necessariamente performativi – così come ci si presenta ad un colloquio di lavoro vestiti in maniera adeguata per l’occasione, senza essere giudicati più o meno meritevoli per il suddetto abito.

La conclusione è che… non posso farci nulla, devo usare le mie doti retoriche anche se non è nelle mie corde e chissà, posterò la foto della mia laurea ringraziando l’università con parole commosse come fanno in molti. Però dentro di me, al momento, penso: vorrei che siano i miei diplomi a farmi trovare lavoro, le competenze che ho e quelle che cerco di colmare con il desiderio di imparare. Trovare lavoro non dovrebbe essere determinato dalla bellezza di un CV o di un profilo Linkedin.

Alessia

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Stonata, ma poliglotta?

«Se avessi un solo desiderio, cosa desidereresti?»

Fino a un anno fa avrei risposto «essere almeno un poco intonata» perché, passi “tanti auguri a te”, per il resto del mio repertorio non c’è via di salvezza. Adesso, invece, ciò che desidero veramente è parlare, scrivere e comprendere più lingue, come il francese, lo spagnolo e il giapponese.

Per questo, quando ho avuto la possibilità di frequentare per una settimana la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici a Pisa in men che non si dica ho prenotato l’autobus (per la bellezza di 16 ore di tortura viaggio) e mi sono catapultata a Pisa con il mio bel cartellino da “Visitatore” appeso al collo.

La nostra prima lezione è stata Traduzione audiovisiva (non che il nome spieghi molto): in pratica, sottotitolaggio e doppiaggio di Peppa Pig.

Può sembrare semplice e imbarazzante, ma quando devi tradurre «who buys all this rubbish?» e la prima traduzione che ti viene in mente è «chi compra tutta questa merda?», ma non puoi assolutamente scriverla perchè devi pensare ai bambini!… Lì capisci come anche la traduzione di Peppa Pig non sia poi così scontata.

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Una lezione particolarmente strana è stata Mediazione linguistica orale, ovvero come i traduttori in diretta dei talk show. La generale idea di fare una traduzione del genere era inverosimile soprattutto perché (scientificamente provato) avremmo dovuto usare simultaneamente i due emisferi cerebrali, per ascoltare e tradurre all’istante (o quasi).

Con molta probabilità i miei emisferi sarebbero collassati (ma gli interpreti professionisti possono tradurre simultaneamente solo per mezz’ora, quindi il mio noncollasso è giustificato).

Indossando le cuffie, dovevamo ripetere ciò che la prof leggeva – nel momento stesso in cui leggeva – e contemporaneamente scrivere numeri in ordine decrescente.
Inutile dire che le nostre serie contavano più numeri del dovuto, e neanche nell’ordine giusto 😌

La regina della nullafacenza (Conversazione) si è rivelata invece la lezione migliore in assoluto: nessun innovativo metodo d’insegnamento, solo conversazione. Ma quando a parlare è una persona decente come Beth, ognuno trova un poco di coraggio per dire la sua.

Questa settimana a Pisa ha reso un po’ più possibile il mio famoso desiderio: non so ancora scrivere in giapponese e tutto ciò che capisco quando ascolto il francese è un gorgoglio di erre e in verità non ho alcuna certezza di poter studiare in quella scuola, ma so che potrei realizzarlo. Anche se non frequento un linguistico, anche se ci sono così tante parole che non conosco e che non so nemmeno pronunciare.

Perché ho capito che è quello che vorrei fare: scegliere le parole giuste per tradurre quei libri che ho letto in lingua – libri bellissimi da non smettere di leggerli – e farli conoscere a chi non si sognerebbe mai di leggere in una lingua straniera.

Più semplicemente, sono fan (di un numero spropositato di cose), e so quanto sia importante una buona traduzione: magari potrei essere d’aiuto.

Alessia xx

nottivago: una persona che vaga di notte o che è sonnambulo