Terezin e Lidice – Den 1

Dopo una lunga e indecente pausa, dovuta più alla mancanza di tempo che di ispirazione, oggi vi parlerò di un’esperienza unica nel suo genere, a cui non avrei mai pensato di partecipare senza la fondazione del Treno della Memoria.

Da molte regioni d’Italia, compresa la Puglia, sono partiti centinaia o forse migliaia di ragazzi per visitare e testimoniare con i propri occhi i luoghi dell’olocausto. Tutto questo è stato possibile grazie alla fondazione del Treno della Memoria che ha organizzato il viaggio nei minimi particolari, sia quelli logistici che quelli artistici.

Non avrei mai pensato di visitare Auschwitz, Birkenau. Meglio dire che avrei sicuramente voluto farlo, essendo luoghi estremamente importanti per la nostra storia, ma chi deciderebbe mai di visitare quei luoghi durante le proprie vacanze, quando uno vorrebbe solo divertirsi e staccare dalla vita quotidiana? Senza questo progetto probabilmente non sarei mai andata in quei posti e alla luce delle riflessioni che ne sono scaturite, sono felice di aver colto l’occasione.

Il 23 gennaio circa 400 ragazzi sono partiti dalla Puglia, dalle varie province di Bari, Brindisi e Lecce. Prima della partenza in pullman (ahimè Trenitalia da tempo ha deciso di non rendersi disponibile per questa iniziativa con un treno che rispecchiasse almeno letteralmente il nome della fondazione), ci sono state comunicate le mete: metà del gruppo avrebbe fatto tappa a Praga (me inclusa), l’altra metà a Budapest. Quattro giorni dopo ci saremmo ritrovati tutti a Cracovia.

Viaggiare in treno sarebbe stato sicuramente più comodo, ma abbiamo accolto le 24 ore di pullman che ci aspettavano come una sorta di espiazione o introduzione al nostro viaggio. 

Ogni gruppo aveva un tema su cui riflettere durante il viaggio e con mia grande gioia sono capitata proprio nel gruppo che si sarebbe occupato di omofobia, che è uno dei temi che più mi smuove, se qualcuno ha letto altri miei articoli può già indovinarlo. Durante il viaggio abbiamo guardato “The Danish Girl” e “The Imitation Game” e li ho adorati entrambi, anche se mi sono dovuta convincere all’idea che non fosse Sherlock il protagonista del secondo.

C4FXVsxXAAAc7HF.jpgQuando siamo arrivati a Praga, nella Piazza della Città Vecchia non riuscivo a credere di trovarmi di fronte allo Staroměstský Orloj, il primo orologio astronomico costruito nel Medioevo. È stato difficile fotografarne la bellezza e tutti i particolari.

Un’altro scorcio di Praga che ho amato è stato Ponte San Carlo al tramonto, quando le statue sui parapetti si stagliavano nere, simili ad ombre inquietanti, contro il cielo violetto. C’è qualcosa nel cielo di Praga, chiamatelo inquinamento luminoso o nebbia perenne, che impedisce al cielo di essere completamente scuro anche di notte.

Il risultato è un mare privo di stelle, ma con profonde tonalità pastello, degne di un romanzo gotico con vampiri e corvi del malaugurio. Ho amato questo lato poetico del cielo praghese.

Tuttavia, non siamo andati fino in Repubblica Ceca solo per ammirare il Danubio. Il giorno dopo abbiamo visitato la città di Terezin e il vicino campo di lavoro. In quel momento ho capito che non sapevo cosa aspettarmi, letteralmente. Tutti questi luoghi vengono citati o li abbiamo visti nei film, ma in verità non sapevo molto su come erano fatti.

Terezin era, è una città ceca, strappata ai cechi e divisa in due poli, la piccola e la grande fortezza. La piccola fortezza era sempre servita come campo di concentramento per prigionieri politici, anche prima del nazismo, e lì vi è morto, dopo anni di prigionia e isolamento, Gavrilo Princip, colui che uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando e determinò lo scoppio della prima guerra mondiale.

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Ingresso alla piccola fortezza

Nella piccola fortezza non c’è traccia di inganno o illusione. Fatta eccezione per il locale del barbiere, costruito per dare l’impressione di uno stile di vita decoroso e umano, non vi fu nemmeno un tentativo di mascherare prima i crimini politici, poi quelli dell’olocausto. A dirla tutta, non che ce ne sia mai stato il bisogno, visto come la Croce Rossa all’epoca peccò di omertà nel denunciare i fatti.

La piccola fortezza è un grumo di stanze dove noi ragazzi entravamo a malapena, ma dove ottanta anni fa venivano stipate centinaia di persone, costrette a dormire in piedi nel buio perenne e a respirare un’aria sempre più povera di ossigeno.

Il vecchio poligono di tiro era stato trasformato in un muro per le fucilazioni e si possono ancora vedere quali erano i mattoni preferiti contro cui sparare. Per raggiungere la forca, i prigionieri dovevano passare davanti agli alloggi dei soldati, guardando in faccia uomini che non provavano alcun senso di colpa.

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Il ghetto di Terezin o grande fortezza, invece, non è altro che la vecchia città ceca di Theresienstadt e ciò che mi ha sorpreso di più è il fatto che sia una città abitata. Non oserei dire viva, poiché durante il nostro passaggio noi eravamo le uniche anime in giro, ma sicuramente abitata. Oggi il ghetto sembra una normale città, silenziosa, grave. 

Qui abbiamo visitato un museo dedicato ai bambini di Terezin e ai loro famosi disegni. Alcuni rappresentavano la vita prima del campo, fatta di famiglie numerose e tavole imbandite, altre invece raffiguravano muri e filo spinato, soldati con i fucili in mano.

Quello che i bambini desideravano di più era la natura, i prati, le farfalle, le feste. Decine di disegni e di poesie, tuttavia gli autori e le autrici non erano bambini di straordinario talento, ma individui che patirono uno straordinario dolore.

Nel museo c’erano altre poesie ed altri disegni di adulti e artisti semiliberi, ma quelli che colpiscono sono sempre quelli dei bambini, perché è ingiusto sapere che ognuno di loro ha conosciuto prima del tempo, anche se un tempo del genere non dovrebbe neppure esistere, una forca o un fucile o ha rappresentato l’espressione spaventata del proprio amico con innocente crudeltà.

Famosa è la partita di calcio organizzata a Terezin inclusa nel documentario della propaganda ben riuscita del nazismo, un modo per dire che gli ebrei stavano bene e nel ghetto erano protetti. La fortezza grande era una città normale e chi avesse voluto non vedere l’avrebbe potuto fare con facilità, ma ciò che mi ha più turbato è stata l’altra parte di questa storia.

Anche la Croce Rossa avrebbe dovuto visitare, o meglio controllare le fortezze e partì proprio dal ghetto. Gli emissari avevano un tempo ben determinato per la loro ispezione, ma furono trattenuti a pranzo nel ghetto e non riuscirono ad andare alla fortezza piccola, quella priva di ogni velo, quella in cui la pantomima di Terezin non avrebbe retto alla stessa maniera.

Mi sono chiesta, perché.

Se la Croce Rossa era andata a Theresienstadt, vuol dire che aveva delle buone ragioni per farlo, per esempio genocidio, trattamento disumano, prigionia degli ebrei. Non posso credere che un ritardo abbia potuto far saltare l’ispezione della fortezza piccola. Mi fa arrabbiare inutilmente il pensiero che se la Croce Rossa avesse imposto la sua decisione, avrebbe potuto svelare più rapidamente il dramma del campo di Terezin, o forse la mia è solo l’utopia di una ragazza che non ha vissuto in quel periodo e che vede la storia a posteriori.

Dopo Terezin abbiamo visitato Lidice, l’immagine della propaganda andata a male. La città, infatti, fu rasa completamente al suolo come rappresaglia da parte dei tedeschi dopo che alcuni partigiani cechi, istruiti dalla RAF, uccisero Heydrich. Giusto per dare un’idea, Heydrich era già noto per le sue azioni come il “macellaio di Praga” e all’epoca era anche il “protettore del Raich” nel protettorato di Boemia e Moravia, di cui faceva parte Lidice durante la seconda guerra mondiale. 

In seguito all’attentato, per punire i cechi, i nazisti scelsero un paese qualsiasi sulla mappa e lo distrussero. Si dice che abbiano sparso addirittura il sale sulla terra, affinché non vi crescesse più nulla. Lidice delenda est.

Tutte quelle persona che pensavano di trovarsi al riparo, vivendo nel protettorato, non ebbero neppure il tempo di fare i conti con la morte che li falciò. Gli uomini vennero fucilati senza sosta, così che i cadaveri si ammassavano l’uno sull’altro e i nuovi condannati potevano vedere annunciata la loro fine prima del colpo. Le donne vennero mandate nei campi di sterminio e i bambini, quelli più belli, quelli più simili agli ariani, vennero mandati in Germania per l’arianizzazione. Ben presto dimenticarono la loro lingua e la loro cultura. Un intero paese venne annullato.

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Monumento in memoria dei bambini di Lidice

Fino a questo punto non credevo di ricordare tutto quanto. Ho ripercorso Terezin e Lidice come come se fossi stata presente al momento della scrittura, quella strada lì, la porta un po’ più a destra, il ghiaccio per strada. Spero di avervi trasmesso la stessa sensazione.

Alessia xx
(il mio viaggio della memoria continua qui)

hoppipolla: (islandese) saltare nelle pozzanghere

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2 thoughts on “Terezin e Lidice – Den 1

  1. Pingback: Auschwitz e Birkenau – Dzień 2 | Scritta in parallelo

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