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Journal entry #4

Adesso che sono all’università, un po’ rimpiango le ore di filosofia del liceo, che mi facevano venire in mente idee strampalate. Ammetto che una delle mie prime “preoccupazioni” quando ho lasciato la scuola superiore (ormai due anni fa, time flies) è stata proprio: adesso chi punzecchierà il mio cervello con strane domande? Chi mi farà riflettere su cose fuori dall’ordinario?

Invece la fortuna (o sfortuna) è arrivata dopo non troppo tempo, quando ho iniziato a seguire il corso di linguistica generale. Lezioni più confusionarie che mai, ma la cosa che conta è stata la prima lezione, in cui il prof ha citato un famoso linguista, Roland Barthes:

 On échoue toujours à parler de ce qu’on aime.

La storia dietro la traduzione di questa frase mi ha molto affascinato e da lì è scaturita un’idea da aggiungere al mio journal.

È ufficialmente tradotta come “si fallisce sempre quando si parla di qualcosa che si ama”. Il verbo échouer è stato tradotto come fallire e in generale la traduzione sembra voler comunicare che non saremo mai in grado di esprimere attraverso le parole ciò che amiamo. (Piuttosto triste, lo so)

Tuttavia échouer nell’originale francese ha diversi significati, tra cui quello di “arenarsi, incagliarsi”. Quest’altro significato apre la strada verso una traduzione completamente diversa: quando parliamo di qualcosa che amiamo, rimaniamo bloccati, proprio come una nave incastrata tra gli scogli. E per quale motivo una nave potrebbe arenarsi? A causa delle sirene.uuuTutte le cose che amiamo – e di cui amiamo parlare – sono le nostre sirene. Non possiamo fare a meno di scrutare l’orizzonte alla loro ricerca, e anche quando non le stiamo cercando, quelle sirene ci chiamano e ci attirano, che lo vogliamo o meno. E noi lo vogliamo

Questa è tutto: quando parliamo di qualcosa che amiamo, ci incastriamo nelle nostre stesse emozioni e proprio non riusciamo a cambiare soggetto. E quando, invece, stiamo parlando di altro… finiamo sempre con il parlare di ciò che amiamo. Un cerchio senza fine.

Alessia

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Consuetudini e gabbie mentali

Una settimana fa ho iniziato l’università e ho deciso di seguire le lezioni di diritto internazionale. Una delle prime nozioni che abbiamo appreso è che la prima fonte di norme è la consuetudine. Cos’è la consuetudine? È un comportamento che si ripete reiteratamente nel tempo, ritenendo che sia giusto e necessario.

È consuetudinaria anche la nostra vita: ci creiamo delle abitudini e dei modi di fare che permettono di distinguere tra situazioni che sono “da noi” e altre che non lo sono.

Le consuetudini non sono negative di per sè. Ci aiutano a orientarci nell’infinita possibilità di scelta (come ci insegna il vecchio Kierkegaard), ci aiutano a tracciare una linea di condotta. Di fronte a una situazione potremmo potenzialmente reagire in qualunque modo: decidiamo quindi di farlo nella maniera che ci fa sentire più a nostro agio, che diventa il nostro modo di essere.

Agli occhi degli altri, e soprattutto agli occhi di noi stessi, è così che nascono le etichette. Mi sono sentito sopraffatto da quella festa chiassosa? Devo essere un introverso. O invece mi sono sentito pieno di energie in mezzo a tutta quella gente? Allora sono un estroverso. Il problema delle etichette è che sono armi a doppio taglio: ovviamente ne abbiamo bisogno perchè altrimenti non avremmo una vaga idea di chi siamo, ma non dobbiamo farci ingabbiare. Nel 2018 è bell’è superata la dicotomia introversione/estroversione e sappiamo che è uno spettro fatto di eccezioni.

Sì, perché se da un lato è vero che noi umani abbiamo delle abitudini, dall’altro abbiamo anche il concetto dell’ “eccezione che conferma la regola”. Quindi, l’introverso di turno  avrà un momento di estrema estroversione quando scoprirà che il suo artista preferito farà tappa in Italia. E potete giurarci che non avrà più alcun timore a parlare con gli estranei pur di raggiungere il suo obiettivo. Non sarà un comportamento “da lui/lei”, ma a quanto pare è proprio l’eccezione che conferma la regola.

Le consuetudini però possono diventare obsolete, e noi dobbiamo fare qualcosa per accorgercene, altrimenti rischiamo di perdere tempo con cose che non ci interessano più. Oppure di scartare cose interessanti solo perché diamo per scontato che, non essendoci piaciute in passato, non possono piacerci adesso.tumblr_okt76thqgQ1vkadpmo1_500Alcune consuetudini sono più facili da infrangere. Altre, quelle che soprattutto hanno a che fare con i legami personali (e l’orgoglio) un po’ meno. Bisogna pensare alle abitudini come a delle gabbie: di alcune abbiamo lasciato la porta aperta e possiamo uscire dalla confort zone quando vogliamo. Di altre possediamo la chiave e se volessimo, potremmo cambiare abitudine (certo che ho della frutta in frigo, è che scelgo di non mangiare più sano).

Altre gabbie/abitudini, invece… Beh, funzionano come dice il nome stesso. Queste sono le vere stronze, le cattive abitudini in cui ci crogioliamo. Ma non è colpa nostra se lo facciamo: abbiamo le nostre ragioni, o le avevamo, in passato. Il problema è che ci siamo aggrappati ad esse, elevandole a nostro stendardo. Trasformandole in pilastri su cui costruiamo alcuni aspetti della nostra vita.

Un esempio di una gabbia/abitudine del genere è il rancore che possiamo serbare per anni. Quell’amico che non ci ha mai chiesto per primo di uscire (e quindi neanche io glielo chiederò più. Ci sto male, ma… non posso essere sempre io la scema, no?). Il genitore che non si è interessato di noi (e no, non mi importa che io non ho abbia chiesto della sua giornata. Il punto è che lui/lei non ha mai chiesto della mia).

È tutto molto illogico, visto dall’esterno, ma è umano. Se siamo arrabbiati, non possiamo controllarci, né essere giusti nei confronti degli altri. Altrimenti non saremmo arrabbiati.hhhCosì il rancore, l’ingiustizia, l’insoddisfazione che abbiamo provato una volta si trasformano in abitudini. E la verità è che siamo noi stessi a volerlo, più o meno consapevolmente. Speriamo che quell’amico declini il nostro invito a uscire solo perché così possiamo provare a noi stessi che “ecco, è lui l ingrato, io sto facendo la mia parte”. E per quanto vorremmo che il nostro genitore ci chieda di noi, rigettiamo l’idea di aprirci a loro perché “non funziona così tra noi”.

Questo tipo di gabbie, non possiamo aprirle da soli: abbiamo bisogno di un occhio esterno per distanziarci dalle abitudini che ci impediscono di fare, dire, reagire come ci pare adesso, e non in virtù del passato. (Al momento mi sento profonda attaccata da tutto ciò che io stessa sto scrivendo lol)

Dobbiamo resettare. Orribile, vero? Cambiare direzione per capire da dove soffia il vento. Per tutto questo tempo abbiamo creduto di sentire il vento in faccia, quando invece aveva cambiato direzione.

Non è una bella sensazione, cambiare la direzione che abbiamo seguito per tutto questo tempo. Anche quella è una comfort zone, per quando ci provochi sconforto per tutti i sentimenti negativi a cui si ispira.

Abbiamo bisogno che altri ci pongano le giuste domande, e quelle sfortunate persone saranno oggetto della nostra seccatura (ehi, ho detto che volevo un consiglio, ma era implicito il fatto che fossi d’accordo con me!).

 

Una volta in cui mi stavo lamentando di quanto mia madre fosse irragionevole nel continuare ad arrabbiarsi per mie mancanze del passato, un mio amico mi ha detto “ma… tu ti stai comportando allo stesso modo, non credi?”. E io sono rimasta lì, sentendomi un pochino tradita da quelle parole, perché non mi era stata data ragione. E come in un moment of consciousness ho pensato “o mio dio, è vero”. Dal mio amico volevo una risposta che fomentasse il mio rancore e che lo giustificasse come lo giustificavo io… invece ho trovato un grande segnale di alt.

Questo non significa che dal giorno successivo ho trovato una soluzione ai conflitti famigliari o che metterò una pietra sopra su tutto il passato. Ma quando il conflitto accade… si, va bene, magari ci ricasco. Devo ancora imparare. Ma la vedo. Adesso vedo quella stronza di abitudine, lì, piccolina nel suo angolino di cervello. È già un passo.

Breccia è stata fatta. La gabbia/abitudine è stata aperta, ma solo chi c’è dentro può decidere di uscire. Creeremo una nuova consuetudine con più eccezioni e più libertà, magari con l’orgoglio un po’ ferito.tumblr_ofrtic8GV81tsd4fto1_500

Cresciamo affettuosamente legati alle nostre abitudini, al punto da considerare quelle abitudini non-così-buone come giuste e familiari, trasformandole in pilastri per la nostra vita. Bene, adesso mettete alla prova a vostra casa, permettete  di indicarne le crepe (con rispetto, eh). La soluzione sarà lunga da trovare, ma per adesso non riuscirete a non-vedere le crepe e a non-considerare l’illogicità di alcuni modi di fare.

 

Alessia

 

 

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L’arte di essere tristi (ma anche arrabbiati, delusi, traditi…)

Molti di voi riconosceranno questa citazione di Meryl Streep agli scorsi Golden Globe:

meryl-1Negli ultimi giorni mi sono ritrovata a riflettere su queste parole. Tutti noi, che in un modo o nell’altro ci esprimiamo artisticamente, ci ispiriamo alla vita vera: nessun romanzo fantasy è mai inventato, ma nasce sempre da esigenze o per motivazioni reali. 

Spesso l’ispirazione risiede nei momenti tristi. Non lo trovo affatto strano, anzi credo sia qualcosa che facciano tutti: quando litighiamo con qualcuno, passiamo poi le ore successive ad immaginare tutto ciò che avremmo potuto rispondere a tono, o a sognare le peggior disgrazie per la suddetta persona.tumblr_mu0tcfilin1qztsrto1_540

Chiamatela ironia o estrema produttività, ma nel mio caso quando sono triste o arrabbiata in un certo senso divento anche più poetica. Io sono anche una scrittrice, non riesco a trattenermi dal romanzare tutto, di conseguenza ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria… o meglio, corrisponde un personaggio destinato a una vita non troppo felice. 

Per altre persone, quelle che sono dei veri problemi nella mia vita, riservo ruoli altrettanto importanti. È sicuramente un modo per vendicarsi, ma una vendetta anche un po’ vigliacca. Se davvero avessi un problema, potrei migliorare di molto la mia vita affrontandolo, e non facendolo affrontare a un mio personaggio. Ma fidatevi, anche in questa maniera la vendetta dà le sue soddisfazioni.

Torniamo quindi alla citazione di Carrie Fisher. Prendi il tuo cuore spezzato e fanne dell’arte. Ecco cosa faccio io. Credo siano le esperienze negative a darci ispirazione, non perché siamo depressi o ci piace essere tristi: anche nella stesura di una storia, secondo lo schema di Propp, c’è bisogno necessariamente di un antagonista e della rottura dell’equilibrio iniziale. 

Quando si ha un ricordo felice di solito non lo si vuole modificare, ma ci si crogiola in quella bella sensazione; con quelli negativi si cerca di trasformarli in qualcosa che faccia meno male, abbellendo la cattiva esperienza—imparando, come si dice di solito—o vendicandosi.

Sono perfettamente d’accorto con quella citazione, ma qui vorrei specificare il significato di “arte” con una seconda di Rainbow Rowell:

She was like art, and art isn’t supposed to be beautiful. Art is supposed to make you feel something.

L’arte non è sempre bella. Se ho un bellissimo ricordo, anche la sua rappresentazione sarà bellissima. Ma se la mia arte deriva da qualcosa di negativo, è improbabile ricavarne una immagine Bella. Quindi quando leggo quella citazione di Carrie Fisher, io leggo: «prendi il tuo dolore e rendilo utile.»tumblr_oyoej24pKb1svgg3co1_500

Prendi il tuo dolore e non farlo stagnare. Trasformalo in arte, che non è necessariamente qualcosa di Bello. Rifiutati di sottostare a ciò che non sopporti nella tua storia, piangi in maniera orribile nel tuo dipinto, arrabbiati nella tua musica. Rendi utile a qualcosa quel cuore spezzato e anche solo in questo ti starai vendicando, non contro chi ti ha spezzato quel cuore, ma contro il dolore stesso. 

Di solito subiamo il dolore in maniera passiva: potremmo anche sforzarci di non pensare a una delusione o un tradimento, ma il problema è che il dolore rimarrà sempre lì. Se pensiamo al dolore come un fulmine, non siate la terra sulla quale si abbatte la scarica, assorbendola. Siate l’acqua che si elettrizza e reagisce.

Utilizzate quel cuore spezzato per creare qualcosa, per trovare un senso, per vendicarvi di tutte le cose che avete sempre voluto dire. A lungo andare avrete sgomberato la vostra mente e, su qualcosa che minacciava di farci vacillare, starete costruendo delle solide fondamenta. Qualcun’altro, forse un po’ più coraggioso di noi, leggendo, guardando, ascoltando la vostra arte potrebbe riuscire a migliorare la propria vita. 

Alessia xx

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Breve storia horror: film tratti dai libri

Per noi lettori la storia è sempre la stessa: leggiamo un libro, ci piace. Scopriamo che ne hanno tratto un film, decidiamo di guardarlo. Ancora freschi di lettura, ricordiamo tutti i particolari, tuttavia sappiamo di dover essere comprensivi e di non avere aspettative troppo elevate: un film non potrà mai essere fedele al libro in tutto e per tutto.

Alla fine ci accontentiamo, anche se vengono tagliate delle scene per motivi di tempo. Poi arriva quel particolare che fa ci corrugare la fronte… ma quella ragazza? C’era una motivazione seria dietro le sue azioni, perché non hanno citato nulla? E nel libro il protagonista si era salvato perché aveva elaborato un bel piano! Perché nel film sembra che tutto succeda a caso?images.jpg

È in quei momenti che un lettore si domanda: perché (proprio a me)? Perché cambiare la storia? Cosa costa al regista o produttore del film seguire la trama originale? Questo discorso vale per centinaia di film e serie tv tratte da libri, ma in questo caso mi riferirò a Battle Royale di Koushun Takami, perché è quello che ho letto/visto di recente. (In breve, i ragazzi di una classe di terza media sono costretti a uccidersi a vicenda a causa di una legge del governo che organizza ogni anno la Battle Royale).

Esistono tre tipi di differenze tra libro e film:

  1. quelle necessarie per rendere più godibile la storia sotto forma di film. Per esempio, in BR i ragazzi indossano dei collari attraverso i quali vengono registrate le loro conversazioni. Nel libro per comunicare in segreto, scrivono su dei fogli. Nel film, semplicemente coprono il collare con la mano per evitare di essere sentiti. È una variazione logica: sicuramente allo spettatore darebbe fastidio dover leggere dei bigliettini mentre guarda il film.

  2. quelle inutili, che variano alcuni particolari. Nel libro Kazuo Kiriyama e Shogo Kawada sono studenti della classe terza B. Nel film sono “nuovi compagni” che si sono uniti alla classe solo per quell’occasione, anzi Kazuo Kiriyama ha deciso di partecipare volontariamente. Ma quando? Ma dove? Certo, questo cambiamento non varia la storia, ma perché cambiare?

  3. quelli decisamente sbagliati. Nel film il professore responsabile della Battle Royale risparmia la vita alla studentessa Noriko Nagakawa, della quale sembra invaghito (???) e sembra voler coprire il piano di fuga di alcuni ragazzi. Nel libro, ovviamente, non esiste nulla del genere.tumblr_odbpn1gidj1utsakio2_540tumblr_odbpn1gidj1utsakio1_540

Il primo tipo di variazione è per il bene del film, gli ultimi due secondo me esistono semplicemente per far arrabbiare i lettori. Non si tratta di interpretazione, ma di una cattiveria vera e propria: se la trama originale dice una cosa, il regista non la può interpretare in un modo diverso. La trama è una! A questo proposito mi vengono in mente i film tratti dalla serie «Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo»: bei film in sè, ma non chiamateli «Percy Jackson» se la storia è diversa dai libri. tumblr_n5rtn26p6s1r6rjufo1_540tumblr_n5rtn26p6s1r6rjufo2_540

Tuttavia devo spezzare una lancia (che ironia) a favore del film di BR per alcune scene originali assenti nel libro che ho trovato molto azzeccate, come il dialogo tra Hirono Shimizo e Mitsuko Souma che riassume al meglio la follia a cui giungono i ragazzi durante la Battle Royale:

Come conclusione per questo articolo di sfogo ho una domanda per voi registi e produttori: perché non seguite i libri? Avete bisogno di un budget più alto per mantenervi fedeli al libro? Secondo me i fan sarebbero disposti a fare persino delle collette, pur di non vedere scempiata una storia.

Se qualcuno ha delle risposte, le renda subito note: deve pur esserci un motivo dietro tutto ciò. Forse un tentativo di rivolta passivo-aggressiva da parte dei registi di tutto il mondo oppure una strana maniera in cui il karma si vendica sui lettori…tumblr_n822puibbn1sdxvxdo1_500Raccontatemi i vostri traumi cinematografici, a partire dalla più famosa e pacata citazione di Silente «DID YA PUT YA NAME IN THE GOBLET OF FIYAH». Pacati, miraccomando.

Alessia xx

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Journal entry #3

Non mi sono dimenticata del mio journal! Tuttavia nel mese di agosto ho avuto ben poca ispirazione e completare l’iscrizione all’università è stato un vero incubo… Credo di essermi sentita in colpa, quindi ho recuperato velocemente, improvvisamente inspirata dalla vita vera: preparatevi quindi per un paio di disegni autobiografici, ma non perfettamente in proporzione.

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Ya’aburnee è una parola araba che significa letteralmente: seppelliscimi. Indica il desiderio un po’ macabro che l’amante muoia prima dell’amato perché senza quello, la vita dell’amato sarebbe insopportabile. Credo sia la definizione perfetta per la storia di Patroclo e Achille.tumblr_owtvgfYkmV1secscao1_540Cronache del gay pride di Bari: che ci crediate o meno, tutto questo è successo veramente. É stato un momento davvero commuovente!PhotoGrid_1505825713552Sono pugliese e solo quest’estate ho assaggiato i fichi d’india? É un fatto molto grave che rasenta il disonore! Non mi ero mai accorta di quante piante di fico ci fossero nella mia zona e adesso ogni volta che passo per le campagne, non posso fare a meno di notarli… e pensare a quanti posso mangiarli senza fare indigestione.CatturaSe non avete mai ascoltato il discorso dell’astrofisico Neil deGrasse Tyson, The Most Outstanding Fact, rimediate subito. Ha il potere di far rinascere in voi l’amore per l’Universo, di farvi sentire parte integrante dell’armonia dei pianeti. É una delle persone più belle di questo pianeta.

 

Alessia xx
(trovate qui le pagine precedenti del mio journal)

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Clausole romantiche

Mi sono resa conto di non essere una grande amante delle cose permanenti — delle cose permanenti che hanno effetti sulla mia libertà. Ho già parlato di figli e di come bisognerebbe pensarci non due, ma svariate volte, prima di pentirsi di aver sacrificato la propria vita (perché è indubbiamente un sacrificio).

Adesso vorrei parlare di relazioni, in particolare quelle etero. Non che questo non possa accadere in altre, ma capirete anche voi che quello di cui parlerò è più comune nelle relazioni etero, o comunque ha più visibilità mediatica.

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Mi spaventa una relazione con un ragazzo — parlo di una relazione seria da “viviamo insieme e progettiamo il futuro”. Perché?

Perché ogni giorno sui giornali compaiono notizie di stalking, violenze, abusi, maschilismo. Il che significa che ogni giorno un ragazzo o uomo che sia decide di colpire e uccidere la donna con cui ha o ha avuto una relazione. Vi renderete conto che la probabilità non è così bassa e che forse c’è un po’ da preoccuparsi.

Poi penso alle mie future relazioni e la mia prima reazione è: non mi fido dei ragazzi e le relazioni etero sono pericolose. Una parte di me pensa che si tratti di un pregiudizio, perché i ragazzi che conosco sono tutte brave persone. D’altro canto, mi dico quasi tutti sono persone decenti a 18 anni. Poi le persone cambiano, al 50% in peggio. 

Ai ragazzi dico: mi dispiace.

Le azioni criminali di una parte di voi purtroppo vi coinvolge, il che è ingiusto tanto quanto considerare pericolosi tutti i dobermann del mondo, solo perché uno ha morso una persona. Tuttavia diventa istintivo allontanarsi da quella razza canina quando la incontro per strada. Diventa istintivo non fidarsi.

Alle ragazze dico: tutelatevi. 

Non mettete da parte il lavoro, non rinunciate a dei guadagni solo vostri. So che è brutto da dire ma precisate le clausole della relazione. Il vero amore non scapperà se gli insegnate a cucinare o a spolverare, e se lo facesse o se sentisse minata la propria mascolinità, vi sarete risparmiate della fatica.

Si tratta di un problema di fiducia ed una grande seccatura. Vorrei fidarmi dei ragazzi come faccio con le ragazze. Forse è perché sono una ragazza e se vedo una gonna corta non mi partono i neuroni, quindi credo di sapere cosa pensa una ragazza. A prescindere dall’orientamento sessuale.

Darebbe fastidio anche a me precisare che le faccende di casa vanno condivise, così come (spero) anche ai ragazzi dia fastidio sentirselo dire. Ma devo dirlo perché temo che venga dato per scontato il fatto che debba preparare il pranzo e rassettare la casa. E io non voglio questo. Se si tratta di un fraintendimento, di un luogo comune, allora il minimo che si può fare è ribadire il contrario. Stare in una relazione significa prendersi cura dell’altro, non limitare le proprie libertà per l’altro.
tumblr_ojax295NKm1und9zxo1_540Se sto uccidendo il romanticismo, mi dispiace. Io sono una persona profondamente romantica, ma non ho intenzione di rischiare la mia vita e libertà. Come si dice: meglio soli che male accompagnati. 

Una relazione, e in particolare una matrimonio, è un contratto e nessuno firmerebbe un contratto solo perché chi lo propone è affascinante e gentile. hhh.PNG

La società ha reso l’amore estremamente complicato, in alcuni casi un vero e proprio pericolo. Forse aveva ragione quel detto: meglio soli…. Ma questa è una menzogna bella e buona: non avere una relazione non significa rimanere soli, ci sono gli amici e i conoscenti. Inoltre, avere una relazione non deve significare staccarsi dal mondo. 

Alessia xx

 

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Almeno l’arte è gratuita

Cosa è l’arte? La parola “arte” è troppo grande, troppo vaga. Qualsiasi cosa ha un potenziale artistico, ma il suo essere arte può durare anche solo un momento. Arte è la città dei nostri sogni quando la visitiamo per la prima volta, arte è un amico che suona la chitarra quando noi non ne siamo capaci.

Ci sono due modi per avvicinarsi all’arte: usufruirne oppure crearla. Usufruire dell’arte aiuta a crescere, aavere una mente più aperta al diverso e al cambiamento. L’arte è sempre stata sovversiva, un mezzo di comunicazione e di scoperta.
Attraverso un film o un libro posso capire come è andata l’evacuazione di Dunkerque o cosa è passato nella mente di Billy Milligan, l’uomo con 24 personalità. E quando l’arte non è “estrema”, in ogni caso dà un feedback su chi l’ha prodotta e sull’ambiente da cui proviene, permettendo di conoscere altre culture e altri “casi umani”.

Non solo chiunque può usufruirne, ma chiunque può crearla. Questo non significa che sia semplice e non parlo neppure di quando davanti a una tela tagliata di Lucio Fontana, si pensa «che ci vuole, lo so fare pure io».tumblr_ovss05zX711rwpwk7o1_400.pngTutti hanno un mondo dentro di sé e ognuno crea dell’arte con quello che ha. L’arte non è invenzione, tutto il contrario. L’arte è una realtà che può essere raccontata nuda e cruda, oppure mascherata da fumetto o da libro fantasy.

Non c’è bisogno di essere portati per creare. Non devi essere Jimi Hendrix per suonare la chitarra: probabilmente nessuno sarà mai bravo quanto lui, ma questo non ha impedito ad altre persone di diventare musicisti e non ha impedito a me di imparare tre accordi sull’ukulele. Eppure, quando suono quei tre accordi, sono molto fiera di me stessa.tumblr_oo4r4aJJv21w2vomyo1_540.pngTutta l’arte sta in ciò che si prova. Sarebbe molto bello parlare dei propri sentimenti tutto il giorno ed essere anche pagati per questo, ma la verità è che bisogna essere davvero fortunati per poter vivere di arte. La maggior parte di noi farà un lavoro comune, ma tutti possono continuare a creare. 
Io posso continuare a scrivere per anni la storia che mi frulla per la testa, ogni pagina sarà una soddisfazione personale anche se nessuno mi assicura che riuscirò a finire. Ma nonostante tutto, mi considero almeno un po’ una scrittrice.

L’arte è molto importante nella mia vita perché viene esclusivamente da me stessa. In poche parole, l’arte non viene dai soldi. Ho bisogno di pagare una montagna di tasse per lavorare o avere un’istruzione, ma non per disegnare un fumetto o imparare a suonare il triangolo.
Per fare qualsiasi cosa oggi si ha bisogno di una barca di denaro e la mia prospettiva, nella peggiore delle ipotesi, è questa: se mai mi ritroverò a svolgere un lavoro che mi è indifferente, solo perché devo guadagnare — se mai non riuscirò a vivere come voglio, potrò almeno creare arte per me stessa e per i miei amici.

Sono sicura che dovunque vivrò, riuscirò a creare arte e questo mi rassicura. Riuscirò a usufruire dell’arte, e questo mi rassicura. Non mi servono i soldi per fare arte, ho solo bisogno di  ispirazione, che credetemi è molto più difficile da trovare. L’ispirazione non cresce mica sugli alberi!

Don’t do drugs, do art: conoscerete meglio gli altri e soprattutto, gli altri conosceranno meglio voi.

Alessia xx

eucatastrofe: (coniato da Tolkien) il rivolgimento repentino del male in bene