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Anti femminismo o cuore ferito?

Di solito non parlo di cose che non mi piacciono. Potrei parlare di libri brutti e film brutti, ma preferisco che questo blog sia un luogo di riflessione, piuttosto che di critica. Tuttavia, a tutto c’è una prima volta!

Per caso e per sfortuna mi sono ritrovata a studiare il poeta latino Giovenale proprio a marzo. Come mai questa cosa dovrebbe apparire strana? Perché mentre in tutta Italia si stavano organizzando gli scioperi del Lotto Marzo, nel frattempo un europarlamentare ha condiviso con il mondo la sua importante opinione: «ovviamente le donne devono guadagnare meno degli uomini perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti.» Al pari di questo politico, Giovenale è uno dei più grandi misogini che abbia mai avuto il piacere di studiare.

fc6aaa31096a6a81bff7d017bfb816f8.jpgQuando studio letteratura latina mi metto veramente d’impegno a cercare possibili riferimenti queer e femministi, e quando ne trovo qualcuno mi si stringe il cuore per la gioia. Per esempio, nel Satyricon di Petronio i protagonisti Encolpio e Ascilto sono entrambi innamorati del’efebico Gitone.
Nella seconda ecloga delle Bucoliche virgiliane un pastore di nome Coridone è innamorato del giovane Alessi e si strugge per lui. L’elemento omosessuale in Virgilio è così importante che il premio Nobel per la letteratura André Gide ha scritto un saggio in difesa dell’omosessualità (Corydon) in cui si legge:

L’importante è comprendere che, là dove voi dite contro natura, basterebbe dire: contro costume.

E alla fine arriva Giovenale, lo scrittore più inutile della letteratura latina. Se non si fosse capito, odio davvero Giovenale e ve lo smonterò pezzo per pezzo. Probabilmente questo articolo si trasformerà in una lezione di letteratura latina, ma spero che la mia arrabbiatura vi faccia almeno divertire.

Marziale, un altro scrittore latino, ricorda Giovenale come un poeta cliens, sempre affannato al seguito di potenti protettori. All’epoca Mecenate era morto da un pezzo e se gli artisti volevano vivere della propria arte dovevano lavorare su commissione, quasi elemosinando. giovenale-3


Ciò che spinge Giovenale a scrivere è l’indignatio, che sembra piuttosto il risentimento di un uomo che non ha voluto o saputo adattarsi al mondo che cambia.
Quindi fa di tutto per sottolineare la mortificazione della giustizia e il capovolgimento dei valori. È un convinto tradizionalista, uno che schifa i graeculi (immigrati greci) e rimpiange il mos maiorum. Trovo Giovenale molto attuale, che dite?

Nelle sue satire si lamenta di tante cose: della depravazione in cui è caduta Roma, del clientelismo a cui è costretto. Critica la vita militare, i nuovi genitori che non sanno educare i figli. Critica il vizio dell’omosessualità, che è ovviamente colpa dei Greci, e odia le donne.

Dalla prima all’ultima, nessuna si salva. Qualsiasi atteggiamento femminile viene screditato e non solo quelli “comprensibilmente” rivoluzionari e femministi. Intendiamoci: se un poeta latino Tizio mi dice che le donne devono restare a casa a fare figli, mi limito a ridere sul paragrafo che devo studiare e vado avanti. Cosa posso aspettarmi dal 60 d.C.? Giovenale, invece, è un misogino a tutto tondo e critica le donne anche quando fanno cose tipicamente femminili, come indossare gioielli, truccarsi, profumarsi.

Augurati che la matrona, che a mensa ti siede accanto, non conosca tutta la storia, che non capisca tutto quello che legge. Odio la donna che si rifà di continuo al Metodo di Palemone, senza sbagliare mai una regola e, ostentando le sue anticherie, cita versi a me sconosciuti. Proprio non c’è nulla al mondo di più intollerabile di una donna ricca!

La domanda sorge spontanea: ma nessuno lo ha mai mandato a quel paese?

Ho sperato che si discutesse della sua misoginia in maniera approfondita, ma ciò non è accaduto a causa dei tempi ristretti delle lezioni, o forse perché non a tutti importa quel che dice. Da un lato penso: perché sono costretta a studiare un individuo così inutile nella sua produzione letteraria oltre che nella mentalità?, ma forse è meglio conoscere il proprio nemico. Sicuramente sarò sembrata una vera secchiona mentre bestemmiavo contro uno scrittore trapassato, ma questo io lo chiamo “studio critico”.

Forse la letteratura latina ci serve ancora oggi per evitare titoli del genere:Cattura

Sfido a giustificare in questa maniera le parole del famoso europarlamentare.

Alessia xx

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The Versatile Blogger Award

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Ringrazio La Libreria di J. per avermi nominata nonostante fossi scomparsa in un vortice spazio-temporale per un mesetto.

Le Regole

1. Mostrare il premio sul tuo blog
2. Ringraziare i blogger che ti hanno nominato e fornire il loro link
3. Condividere 7 fatti su di te
4. Nominare 10 blogger e fornire i loro link

7 fatti su di me

tumblr_nldbbneRRe1u23a8fo1_540.jpg1. Quando ero piccola ho iniziato a leggere seriamente il dizionario, una pagina ogni sera prima di andare a dormire

2. Il mio dipinto preferito è “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friederich ed ero convinta che il personaggio ritratto fosse Ugo Foscolo.

3. Alle medie ero talmente ossessionata con Harry Potter che tutti i miei compiti in classe erano praticamente delle fanfiction.

4. Non ho ancora capito se le punte degli ombrelli posso attirare i fulmini. Qualcuno mi informi, per favore.

5. Sono molto invidiosa di giapponesi, coreani e in generale tutte quelle persone la cui lingua madre è relativamente complicata perché in un certo senso partono avvantaggiati e le altre lingue, messe a confronto, mi sembrano più semplici.tumblr_inline_oh1gcm8fpm1t8vold_540

6. Quando sono arrabbiata o triste, mettere in ordine e liberarmi delle cose inutili mi fa subito sentire meglio.

7. La gente si chiede sempre se i miei capelli sono davvero miei, se il mio colore è naturale, se sono ricci proprio così. Il che non sarebbe così grave se a dubitarne sono persino i miei parenti, che mi hanno vista crescere.tumblr_ojlaq89cxk1u6ci5ro1_400

Le mie nomination

Lea e l’Inchiostro

di20are

Un pensiero a caso

Il blog di una scrittrice adolescente

La siepe di more

Alessia xx

prozvonit: (ceco) fare uno squillo con il telefono e aspettare che l’altra persona richiami

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Siate i Michelangelo di voi stessi

Cosa succede quando compiamo una scelta? Quali vantaggi ricaviamo da questo ingrato lavoro?

La decine di scelte che abbiamo fatto fino a quest’anno, questo giorno, questo minuto hanno dato vita alle persone che siamo oggi. Trovo affascinante e allo stesso tempo spaventoso quanto una scelta banale come quella di iscriversi a una determinata scuola o sedersi accanto a una persona x piuttosto che a un’altra y possa influire sull’andamento della nostra vita. 

Le scelte compiamo oggi costruiranno la persona di domani, quante volte l’abbiamo sentito ripetere. Solo una persona non sarebbe d’accordo con questa frase, ovvero il filosofo Kierkegaard. Sapete che, quando si parla di filosofia,sono mossa da un forte spirito di contraddizione, ma vai a vedere che a volte questi filosofi hanno anche ragione? 

image.jpgSecondo Kierkegaard l’uomo è liberissimo di scegliere e proprio questa è la cosa spaventosa. Ogni decisione può rivelarsi sbagliata e, inoltre, scegliere qualcosa significa escludere tutte le alternative nel momento stesso in cui compiamo una scelta. Non significa aggiungere un pezzo di puzzle alla propria vita, ma buttare via tutta la scatola senza aver nemmeno visto il disegno finale.

A questo punto sarebbe meglio non scegliere affatto, risparmiandoci ogni preoccupazione. Come va, va.

Tuttavia, se anche Kierkegaard ha ragione nel dire che “scelta” significa “perdita”, sono convinta che guardando questa teoria da una prospettiva diversa si può vederne il lato positivo, ma prima di spiegarvi come, vi confido un segreto: non sono affatto brava con i puzzle, preferisco l’arte.

Se le scelte che compiamo in modo o nell’altro ci plasmano, allora possiamo vederci come tanti David di Michelangelo, il quale utilizzò per la sua scultura un blocco di marmoreo abbandonato dall’artista precedente perché considerato troppo grande. Se a questo punto compiere una scelta ci sembra un tradimento nei confronti degli infiniti alter ego che potrebbero vivere una vita migliore di quella attuale, immaginate di essere come quel blocco di marmo.

Un cubo che pesava chissà quante tonnellate, il marmo più pregiato eppure abbandonato. Per trasformare un blocco di marmo in un’opera d’arte Michelangelo ha scelto di perdere qualcosa, di smussare angoli, di levigare i bordi e badate bene che scolpire il David non è stata una passeggiata quanto scrivere questo articolo al pc, dove se sbaglio parola posso cancellarla senza difficoltà. sphinx-guy-being-distracted-in-aladdin

Una scalpellata più forte del dovuto e il marmo assume un’angolatura diversa da quella che era nei nostri progetti. E cosa fa in quel caso Michelangelo? Continua a scolpire, trasformando l’errore in una “scelta artistica”.

Immaginate il blocco di marmo prima e dopo essere stato lavorato da Michelangelo: anche senza essere dei critici d’arte sicuramente il David è molto più bello. Allo stesso modo siamo noi. Anche se non scegliere ci sembra la cosa più facile e comoda di questo mondo, un blocco di marmo nudo e crudo non avrebbe alcuna possibilità di venire esposto alla Galleria dell’Accademia a Firenze. 

Pensate che addirittura Michelangelo preferiva la scultura alla pittura. Quest’ultima infatti consisteva nel aggiungere colore sulla tela, l’altra nel togliere la materia in eccesso. Come mai questa scelta? Lui credeva che l’idea fosse insita nella materia, quindi quando ha colpito il marmo con la prima scalpellata, già sapeva che avrebbe creato il David. Così noi, quando decidiamo, non dobbiamo farlo a caso.

Pensiamo «da grande voglio essere questo tipo di persona» e in base a questo iniziamo a scegliere, a togliere tutto ciò che consideriamo inutile al nostro progetto. A volte sbagliamo e perdiamo un pezzo importante, ma credete che una cosa del genere non sia mai capitata al nostro grande Michelangelo? Tuttavia il David è un’opera d’arte, solo perché qualcuno è stato abbastanza coraggioso da scegliere.

Se compiere delle scelte è inevitabile, se in fondo Kierkegaard aveva ragione, allora siate i Michelangelo di voi stessi. Togliete la materia in eccesso e create il vostro David personale.

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Alessia xx

esperare: sperimentare, tentare

 

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Auschwitz e Birkenau – Dzień 2

Dopo la visita a Terezin e Lidice ci siamo messi in viaggio verso Cracovia, dove ci saremmo riuniti con i gruppi provenienti da Budapest. A un’oretta di autobus da Cracovia ci sono i campi di concentramento di Auschwitz I e Auschwitz II, meglio conosciuto con il nome di Birkenau.

Quando ho visto il cancello di Oświęcim, trasformata in Auschwitz dai nazisti, e la scritta “arbeit macht frei”, nonostante avessi già letto quelle parole nel campo di Terezin, mi sono commossa. Suggestionata dalle parole della guida e da alcuni attori che hanno riferito i racconti di sopravvissuti e non, ho pensato che, di lì alla fine, la visita sarebbe stata una discesa senza fine di lacrime. Ma mi sbagliavo.

Probabilmente il mio parere sulla vista nei campi potrebbe lasciarvi insoddisfatti, ma ho intenzione di raccontare la mia esperienza e le mie aspettative: Auschwitz non era come me l’aspettavo. E come me l’aspettavo? Non so.

16649496_1371525569544765_508923661932384357_n.jpgForse mi aspettavo di vedere segni evidenti di distruzione e i pallidi riflessi dei prigionieri, ma l’unica cosa che dai film alla realtà era rimasta la stessa era il cancello d’ingresso. Quello l’ho potuto capire, perché era qualcosa che conoscevo.
Tuttavia Auschwitz sembra un ghetto con le costruzioni di mattoni rossi e le strade così larghe da permettere forse a due camionette militari di passare nello stesso tempo. C’è più silenzio che in un normale cimitero.

Ciascun edificio è diventato un museo e tutto è pulito e ben organizzato, il che fa onore al museo, ma rende il campo un po’ artificioso. Come ho già detto, appena arrivati non avevo idea di cosa avrei visto, anzi forse un’idea ce l’avevo, ma l’unica maniera che avrei avuto per realizzarla sarebbe stato visitare il campo nel 1945. Dentro un museo e dietro un vetro tutto sembra più lontano.

Abbiamo visitato diverse esposizioni, a partire dai bagni, perfettamente conservati, sulle cui pareti i prigionieri avevano dipinto scene di vita bucolica. Come i bambini di Terezin, quello che agognavano era la natura, l’innocenza e l’acqua.

Le pareti di un corridoio erano occupate da teche che custodivano scarpe di ogni forma e dimensione, ma stranamente di soli due colori, marrone e rosso impolverato. Non so spiegare perché a distanza di 70 anni quello è l’unico a non essere ancora sfumato, tuttavia mi sono chiesta se sia stato per questo motivo che il solo colore nel bianco e nero di Shindler’s List  è proprio il rosso.cattura

Agli inizi di Auschwitz tutti i prigionieri erano schedati e fotografati. Dopotutto, dovevano fare rapporto a Berlino e i nazisti hanno sempre avuto la fama di essere precisi e scrupolosi, ma a dir la verità per loro la fotografia non era solo un dovere imposto dall’alto, bensì un rudimentale mezzo per divertirsi. Rispetto alle centinaia di migliaia di prigionieri passanti per il campo, le fotografie scattate sono state meno di un decimo e la maggior parte sono state distrutte prima dell’arrivo dell’Armata Rossa. Tuttavia, quelle poche salvate sono ora esposte in due padiglioni, su una parete gli uomini, sull’altra le donne.

I nostri educatori ci hanno chiesto di appuntarci il nome di un prigioniero, uno qualsiasi, uno il cui viso ci comunicava qualcosa. Io ho scelto Aurelia Bienka, perché aveva riservato al suo fotografo uno sguardo di sfida, con un minuscolo sorriso sornione. Tutti i nomi scritti sulle fascette di tessuto ci sono servite per una cerimonia al campo di Birkenau, di cui parlerò più tardi.

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Centinai di barattoli di Zyklon B, la polvere tossica usate nelle camere a gas, sono stati ritrovati intatti, pronti per l’utilizzo.

Le esposizioni di Auschwitz sono continuate in altri padiglioni assegnati alle diverse nazioni vittime dell’olocausto, in modo che ognuno potesse ricordare in maniera degna i propri morti. Non siamo rimasti affatto sorpresi nel constatare che l’unico padiglione chiuso fosse quello dell’Italia. Infatti, circa 6 anni fa sono venuti meno i fondi del progetto, mentre da un anno l’edificio è stato completamente svuotato. Considerando che l’Italia non ha mai fatto pubblica ammenda per i delitti dell’olocausto di cui è stata comunque complice, l’aver chiuso anche l’esposizione di Auschwitz non ci fa esattamente onore. 

16640657_1371544789542843_3319870972845450781_n.jpgParlando di aspettativa, Birkenau è esattamente quello che ci si aspetta quando si pensa a un campo di concentramento, forse è per questo che molti più dettagli mi sono rimasti impressi. I binari interrotti, gli scheletri delle baracche in lontananza, i camini di mattoni che nell’orizzonte si confondono con i tralicci del filo spinato.

Birkenau era un posto soltanto per i prigionieri, mentre i soldati avevano gli uffici ad Auschwitz I. Gli unici mattoni sono quelli delle case del fu paese polacco, usati per costruire 33 delle 50 ca. baracche ancora presenti.

Oltre alle 33 in mattoni ne furono costruite altre 300 000 in legno per accogliere tutti i prigionieri smistati da Auschwitz. Birkenau, infatti, è stato costruito più tardi per esigenze di “spazio” e non solo. All’inizio, Auschwitz era un campo prettamente maschile e le donne e i bambini, che erano comunque deportati, venivano uccisi al loro arrivo. In seguito Auschwitz venne divisa da un muro per separare uomini e donne, poi si decise di costruire Birkenau, per donne, bambini, polacchi, omosessuali e ancora, e ancora.

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Le baracche sono in realtà delle stalle portate dalle Germania. Usate a dovere, le stalle potevano contenere 42 cavalli, ma a Birkenau servivano a 400 prigionieri cada una. Erano un tetto sopra la testa con le pareti di spifferi e solo chi dormiva nel letto centrale della struttura a castello poteva evitarli.

Solo una cinquantina di baracche sono ancora visitabili, perché fu estremamente facile appiccare il fuoco al legno e distruggere tutto all’arrivo dell’Armata Rossa. Quello che è rimasto sono i camini. Può sembrare strana questa presenza, ma come ho già detto i nazisti erano molto scrupolosi e il riscaldamento era previsto per legge. Persino a Auschwitz c’erano i  termosifoni, spenti d’inverno e portati al massimo d’estate. A Birkenau, invece, non ci vuole un ingegnere per capire come per far funzionare quei forni si sarebbe dovuta sfidare la fisica e la legge della convezione. 

Percorrendo i binari fino in fondo fino al punto morto, lì ai vostri lati troverete ciò che resta dei forni crematori originali, collassati su se stessi dopo il tentativo di farli esplodere. Oltre i forni, invece, si trova un monumento funebre, con una serie di targhe ognuna in una lingua diversa e una enorme lapide su cui è stato inciso un piccolo triangolo cavo. La toppa che i prigionieri portavano cucita sul petto, non importa se rosa, gialla, viola, marrone o rosso.

Durante la cerimonia organizzata dal Treno della Memoria ognuno di noi ha letto al microfono il nome che aveva scelto ad Auschwitz, accompagnandolo con le parole “Io ti ricordo”. Le persone, non la classe sociale, perché anche la sofferenza del singolo merita di essere commemorata, non solo quella dello Stato.

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La cosa più difficile da fare nei campi è immaginare com’è stata la vita lì. Non intendo comprendere la fame e il freddo, ma vederlo con l’occhio della mente. Grazie alla nostra guida e alle letture degli attori abbiamo ascoltato numerose testimonianze mentre calcavano la neve del campo, ma ho trovato difficile mettermi nei panni dei prigionieri.

Come posso immaginare centinaia di corpi spogliati di ogni cosa e schiacciati in una cella 3×3? O ancora, come posso immaginare di rimanere sette e più ore al gelo, coperta solo da una tunica a righe, mentre gli ufficiali fanno la computa serale, conteggiando vivi e morti perché nessuno deve uscire dal campo e se pure uno muore mentre lavora deve essere riportato dentro a forza perché i conti devono tornare. Altrimenti dieci fucilazioni per ogni prigioniero mancante.

Siamo abituati a misurare tutto con i nostri cinque sensi: se un posto è troppo piccolo, si entra in piccoli gruppi o inizieremo a sentirci soffocati; se fa bel tempo e a Cracovia ci sono – 10°, sovrapponiamo strati e strati di vestiti. Tuttavia, in inverno la Polonia raggiungere normalmente i – 25°, io non riesco a concepirla nemmeno questa temperatura.

Le azioni e le condizione di Auschwitz, Birkenau e molti altri campi sono state, sì, disumane, ma io aggiungerei oltre l’umano. La cosa importante è questa: se non riuscite a immaginare quei luoghi, guardate bene come sono adesso.

Se non riuscite a capire da che parte vi sareste schierati, se quelle delle vittime o quella degli ignavi, pensate a dove schierarvi adesso, perché le deportazioni e i campi di concentramento e i bambini di Lidice non sono ancora scomaprsi.

Alessia xx
(ho già visitato Terezin e Lidice qui)

jayus: (indonesiano) una pessima battuta a cui non si può far a meno di ridere

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Terezin e Lidice – Den 1

Dopo una lunga e indecente pausa, dovuta più alla mancanza di tempo che di ispirazione, oggi vi parlerò di un’esperienza unica nel suo genere, a cui non avrei mai pensato di partecipare senza la fondazione del Treno della Memoria.

Da molte regioni d’Italia, compresa la Puglia, sono partiti centinaia o forse migliaia di ragazzi per visitare e testimoniare con i propri occhi i luoghi dell’olocausto. Tutto questo è stato possibile grazie alla fondazione del Treno della Memoria che ha organizzato il viaggio nei minimi particolari, sia quelli logistici che quelli artistici.

Non avrei mai pensato di visitare Auschwitz, Birkenau. Meglio dire che avrei sicuramente voluto farlo, essendo luoghi estremamente importanti per la nostra storia, ma chi deciderebbe mai di visitare quei luoghi durante le proprie vacanze, quando uno vorrebbe solo divertirsi e staccare dalla vita quotidiana? Senza questo progetto probabilmente non sarei mai andata in quei posti e alla luce delle riflessioni che ne sono scaturite, sono felice di aver colto l’occasione.

Il 23 gennaio circa 400 ragazzi sono partiti dalla Puglia, dalle varie province di Bari, Brindisi e Lecce. Prima della partenza in pullman (ahimè Trenitalia da tempo ha deciso di non rendersi disponibile per questa iniziativa con un treno che rispecchiasse almeno letteralmente il nome della fondazione), ci sono state comunicate le mete: metà del gruppo avrebbe fatto tappa a Praga (me inclusa), l’altra metà a Budapest. Quattro giorni dopo ci saremmo ritrovati tutti a Cracovia.

Viaggiare in treno sarebbe stato sicuramente più comodo, ma abbiamo accolto le 24 ore di pullman che ci aspettavano come una sorta di espiazione o introduzione al nostro viaggio. 

Ogni gruppo aveva un tema su cui riflettere durante il viaggio e con mia grande gioia sono capitata proprio nel gruppo che si sarebbe occupato di omofobia, che è uno dei temi che più mi smuove, se qualcuno ha letto altri miei articoli può già indovinarlo. Durante il viaggio abbiamo guardato “The Danish Girl” e “The Imitation Game” e li ho adorati entrambi, anche se mi sono dovuta convincere all’idea che non fosse Sherlock il protagonista del secondo.

C4FXVsxXAAAc7HF.jpgQuando siamo arrivati a Praga, nella Piazza della Città Vecchia non riuscivo a credere di trovarmi di fronte allo Staroměstský Orloj, il primo orologio astronomico costruito nel Medioevo. È stato difficile fotografarne la bellezza e tutti i particolari.

Un’altro scorcio di Praga che ho amato è stato Ponte San Carlo al tramonto, quando le statue sui parapetti si stagliavano nere, simili ad ombre inquietanti, contro il cielo violetto. C’è qualcosa nel cielo di Praga, chiamatelo inquinamento luminoso o nebbia perenne, che impedisce al cielo di essere completamente scuro anche di notte.

Il risultato è un mare privo di stelle, ma con profonde tonalità pastello, degne di un romanzo gotico con vampiri e corvi del malaugurio. Ho amato questo lato poetico del cielo praghese.

Tuttavia, non siamo andati fino in Repubblica Ceca solo per ammirare il Danubio. Il giorno dopo abbiamo visitato la città di Terezin e il vicino campo di lavoro. In quel momento ho capito che non sapevo cosa aspettarmi, letteralmente. Tutti questi luoghi vengono citati o li abbiamo visti nei film, ma in verità non sapevo molto su come erano fatti.

Terezin era, è una città ceca, strappata ai cechi e divisa in due poli, la piccola e la grande fortezza. La piccola fortezza era sempre servita come campo di concentramento per prigionieri politici, anche prima del nazismo, e lì vi è morto, dopo anni di prigionia e isolamento, Gavrilo Princip, colui che uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando e determinò lo scoppio della prima guerra mondiale.

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Ingresso alla piccola fortezza

Nella piccola fortezza non c’è traccia di inganno o illusione. Fatta eccezione per il locale del barbiere, costruito per dare l’impressione di uno stile di vita decoroso e umano, non vi fu nemmeno un tentativo di mascherare prima i crimini politici, poi quelli dell’olocausto. A dirla tutta, non che ce ne sia mai stato il bisogno, visto come la Croce Rossa all’epoca peccò di omertà nel denunciare i fatti.

La piccola fortezza è un grumo di stanze dove noi ragazzi entravamo a malapena, ma dove ottanta anni fa venivano stipate centinaia di persone, costrette a dormire in piedi nel buio perenne e a respirare un’aria sempre più povera di ossigeno.

Il vecchio poligono di tiro era stato trasformato in un muro per le fucilazioni e si possono ancora vedere quali erano i mattoni preferiti contro cui sparare. Per raggiungere la forca, i prigionieri dovevano passare davanti agli alloggi dei soldati, guardando in faccia uomini che non provavano alcun senso di colpa.

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Il ghetto di Terezin o grande fortezza, invece, non è altro che la vecchia città ceca di Theresienstadt e ciò che mi ha sorpreso di più è il fatto che sia una città abitata. Non oserei dire viva, poiché durante il nostro passaggio noi eravamo le uniche anime in giro, ma sicuramente abitata. Oggi il ghetto sembra una normale città, silenziosa, grave. 

Qui abbiamo visitato un museo dedicato ai bambini di Terezin e ai loro famosi disegni. Alcuni rappresentavano la vita prima del campo, fatta di famiglie numerose e tavole imbandite, altre invece raffiguravano muri e filo spinato, soldati con i fucili in mano.

Quello che i bambini desideravano di più era la natura, i prati, le farfalle, le feste. Decine di disegni e di poesie, tuttavia gli autori e le autrici non erano bambini di straordinario talento, ma individui che patirono uno straordinario dolore.

Nel museo c’erano altre poesie ed altri disegni di adulti e artisti semiliberi, ma quelli che colpiscono sono sempre quelli dei bambini, perché è ingiusto sapere che ognuno di loro ha conosciuto prima del tempo, anche se un tempo del genere non dovrebbe neppure esistere, una forca o un fucile o ha rappresentato l’espressione spaventata del proprio amico con innocente crudeltà.

Famosa è la partita di calcio organizzata a Terezin inclusa nel documentario della propaganda ben riuscita del nazismo, un modo per dire che gli ebrei stavano bene e nel ghetto erano protetti. La fortezza grande era una città normale e chi avesse voluto non vedere l’avrebbe potuto fare con facilità, ma ciò che mi ha più turbato è stata l’altra parte di questa storia.

Anche la Croce Rossa avrebbe dovuto visitare, o meglio controllare le fortezze e partì proprio dal ghetto. Gli emissari avevano un tempo ben determinato per la loro ispezione, ma furono trattenuti a pranzo nel ghetto e non riuscirono ad andare alla fortezza piccola, quella priva di ogni velo, quella in cui la pantomima di Terezin non avrebbe retto alla stessa maniera.

Mi sono chiesta, perché.

Se la Croce Rossa era andata a Theresienstadt, vuol dire che aveva delle buone ragioni per farlo, per esempio genocidio, trattamento disumano, prigionia degli ebrei. Non posso credere che un ritardo abbia potuto far saltare l’ispezione della fortezza piccola. Mi fa arrabbiare inutilmente il pensiero che se la Croce Rossa avesse imposto la sua decisione, avrebbe potuto svelare più rapidamente il dramma del campo di Terezin, o forse la mia è solo l’utopia di una ragazza che non ha vissuto in quel periodo e che vede la storia a posteriori.

Dopo Terezin abbiamo visitato Lidice, l’immagine della propaganda andata a male. La città, infatti, fu rasa completamente al suolo come rappresaglia da parte dei tedeschi dopo che alcuni partigiani cechi, istruiti dalla RAF, uccisero Heydrich. Giusto per dare un’idea, Heydrich era già noto per le sue azioni come il “macellaio di Praga” e all’epoca era anche il “protettore del Raich” nel protettorato di Boemia e Moravia, di cui faceva parte Lidice durante la seconda guerra mondiale. 

In seguito all’attentato, per punire i cechi, i nazisti scelsero un paese qualsiasi sulla mappa e lo distrussero. Si dice che abbiano sparso addirittura il sale sulla terra, affinché non vi crescesse più nulla. Lidice delenda est.

Tutte quelle persona che pensavano di trovarsi al riparo, vivendo nel protettorato, non ebbero neppure il tempo di fare i conti con la morte che li falciò. Gli uomini vennero fucilati senza sosta, così che i cadaveri si ammassavano l’uno sull’altro e i nuovi condannati potevano vedere annunciata la loro fine prima del colpo. Le donne vennero mandate nei campi di sterminio e i bambini, quelli più belli, quelli più simili agli ariani, vennero mandati in Germania per l’arianizzazione. Ben presto dimenticarono la loro lingua e la loro cultura. Un intero paese venne annullato.

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Monumento in memoria dei bambini di Lidice

Fino a questo punto non credevo di ricordare tutto quanto. Ho ripercorso Terezin e Lidice come come se fossi stata presente al momento della scrittura, quella strada lì, la porta un po’ più a destra, il ghiaccio per strada. Spero di avervi trasmesso la stessa sensazione.

Alessia xx
(il mio viaggio della memoria continua qui)

hoppipolla: (islandese) saltare nelle pozzanghere

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E’ tempo di bilanciare le reazioni

Cara Alessia,

è sciocco iniziare una lettera con queste parole, tuttavia per quanto sciocche le scriverò comunque: un altro anno è passato. Non vedi l’ora di iniziare il prossimo e hai già mille impegni segnati sulla pagina di gennaio. In una sorta di ossimoro, divaghi nel passato e ti proietti nel futuro.

Quest’anno non è iniziato con il migliore degli auspici quando nei primi minuti del primo gennaio, mentre tornavi a casa con le braccia cariche dei resti del cenone, hai dovuto chiamare l’ambulanza perché una ragazza era svenuta in un semi coma etilico. Questa è stata la mia prima immagine del 2016. L’ultima è stata quella molto più eterea dei pattinatori in tv.

Prima di iniziare il nuovo anno, ricorda mese per mese cosa ti ha portato ad essere la persona che sei ora.

Ricorda le persone che ti hanno ferito con le parole: sulle tue labbra “non ho così tanti amici” suona come una battuta, sulle loro come una presa in giro. Ecco perché hai fatto del male a tua volta, magari involontariamente. Se solo ripenso a quelle settimane di marzo, alla stretta allo stomaco durante le lezioni quando tutti sembrava ti odiassero, alle lacrime che hai speso mentre tornavi a casa quando pensavi che la tua più grande paura di rimanere sola fosse diventata realtà… Sono davvero solo dieci mesi fa? A me sembrano piuttosto mille anni.

Mi dispiace che tu abbia sofferto e sono contenta che che ti sia scusata, anche se credevi che non avrebbe risolto molto. Non sei stata felice nel leggere le parole di quel tuo amico? L’avevo detto, io, che non era possibile: ci siamo capiti male a vicenda.

Dieci mesi dopo, guardati. Hai perdonato quelle parole, sei sopravvissuta. Potrei dirti che sei stata una grandissima testa di cazzo e che devi impegnarti nell’affrontare le persone faccia a faccia, ma questo tu lo sai già.

Per quanto riguarda gli amici, quelle parole, seppure cattive, non ti hanno dato almeno un po’ una spinta? Dopo una settimana averle conosciute, hai chiesto a quelle ragazze del teatro di uscire insieme. Conosco fin troppo bene la tua tecnica in questi casi: scrivi un messaggio chilometrico e subito dopo spegni il cellulare, spaventata dalla risposta. E se mi dicono sì e poi non sappiamo di cosa parlare? E se mi dicono no, che figura ci faccio alla prossima lezione di teatro?C1PtGvFXAAA3KHs.jpg

In quei piccoli, scemi momenti di coraggio sono stata davvero fiera di te. Le ringrazierò sempre per tutto il supporto che mi hanno dato, per tutte le battute che ci siamo scambiate, per ogni confessione che hanno ascoltato. Per ogni volta che “scusa, prima ti ho interrotto, cosa stavi dicendo?”.

Tutte le torte, le volte in cui avreste dovuto giocare a Risiko… dovrei fermarmi prima che questo diventi un elenco interminabile e tu inizi a piangere.

Sei diventata maggiorenne e qualcuno a 800 km di distanza  ti ha pensato. Hai sognato le mani di qualcuno e hai deciso di smettere di essere innamorata. Hai pensato all’aldilà, hai immaginato mille incontri.

Sono contenta che quest’anno sia finalmente finito, tuttavia tutto quello che è successo ha forgiato un tassello di me.

Alessia xx

firgun: (ebreo) la felicità che si prova quando a qualcun’altro accade qualcosa di bello

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“Il capitano se n’è andato. Io sono il capitano.”

Chi era Neerja Bhanot? Con molta probabilità questo nome non vi dirà nulla, tuttavia è il nome di un’eroina che aveva solo ventidue anni. La sua storia è raccontata nel film Neerja (trovate qui lo streaming).
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Con un viso da modella e un lavoro da assistente di volo, Neerja sta rimettendo insieme i tasselli della propria vita.
La notte tra il 4 e il 5 settembre 1986 s’imbarca sul volo PAN-AM diretto a New York. Sembrerebbe un volo come un altro, ma quando fa scalo a Karachi, in Pakistan, l’aereo viene attaccato da un gruppo di terroristi che spiana la strada a colpi di pistola.
I terroristi sono troppo rapidi per le hostess, che non riescono a chiudere il portellone in tempo, e nei primissimi istanti di isteria, Neerja si sforza di seguire la procedura.

«Hijack, dirottamento» comunica ai piloti, che riescono a fuggire attraverso l’uscita di emergenza.

Seguono 17 ore di confinamento per i 379 passeggeri, mentre la polizia locale cerca di guadagnare più tempo possibile per capire quale sia il movente del dirottamento. Ma la diplomazia non è il punto di forza di nessuno dei due fronti, specialmente quello dei terroristi che arrivano ad uccidere al solo scopo di mettere fretta alla polizia.

Ciascun assistente di volo è addestrato per una simile emergenza, ma chi mai penserebbe che sarà giusto il proprio aereo ad essere in pericolo? Forse la probabilità non è poi così bassa, ma ognuno cerca ottimisticamente di non pensarci e nemmeno nella mente di Neerja, che pure si è dimostrata la più forte in quella situazione disperata, c’era la vaga idea di un dirottamento.

Quando i terroristi pretendono di farsi consegnare tutti i passaporti, lei nasconde quelli degli americani, unici e innocenti obiettivi dell’attacco. E quando minacciano di sparare sulla folla spaventata, lei s’impone una calma e un’autorevolezza sconosciuta perfino a se stessa e inizia a servire bicchieri d’acqua, a calmare i passeggeri.
Di nascosto spiega come aprire il portellone per poter fuggire nel momento più opportuno, informazioni che si riveleranno vitali quando alla fine i terroristi perderanno il controllo di se stessi e della situazione.

Questa non è solo la trama di un film, sono gli ultimi istanti di vita di Neerja Bhanot, morta a ventidue anni, due giorni prima del suo compleanno, mentre portava in salvo tre bambini, gli ultimi rimasti su quell’aereo.

Dopo la sua morte, le è stata assegnata la medaglia Ashoka Chakra, uno dei più importanti riconoscimenti in India che premia il coraggio di fronte al nemico in tempo di pace.
Inoltre, l’associazione Neerja Bhanot Pam Am Trust, fondata dalla sua famiglia in suo onore, ogni anno conferisce il Neerja Bhanot Award a una donna donna indiana che abbia affrontato un’ingiustizia sociale per aiutare altre donne in difficoltà. 

Non so esattamente come sono capitata a vedere questo film, ricordo soltanto di aver visto per caso il trailer e di essere rimasta affascinata da tanto coraggio. Quello che davvero mi ha colpita è il fatto che quelli di Neerja non siano stati gesti eclatanti, non ha sbaragliato i terroristi con la forza o la furbizia: è stata semplicemente umana, ha corso un enorme rischio pur con piccoli gesti.

A questo punto sembrano superflui tutti gli altri aspetti cinematografici – musiche, attori, scenografie – quindi non voglio consigliare questo film a qualcuno in particolare.

A diciotto anni siamo pieni di una potenzialità spaventosa, o meglio una potenzialità che mi spaventa. Continuo a chiedermi se sarò mai in grado di realizzare i miei progetti e se in settanta, ottant’anni qualcuno si ricorderà di me e della mia scrittura, ma sono contenta di una cosa: conosco il nome di Neerja e adesso lo conoscete anche voi.

Alessia xx

psithirisma: (greco) il suono del vento tra le foglie