Ieri sera mi sono sistemata sul divano abbracciata al mio plaid per una serata film. Avevo un paio di serie romantichelle in sospeso (Heartstopper e Nobody Wants This), ma sulla homepage mi è capitata sotto gli occhi la locandina del nuovo film di Anna Kendrick. Basandomi solo su due righe di trama e spinta dalla voce nella mia testa che mi sussurrava di uscire dalla comfort zone e guardare qualcosa di nuovo, mi sono immersa in “Woman of the Hour“.

L’inizio mi ha preso in contropiede, forse perché mi aspettavo un film leggero, simpatico, un po’ alla Quiz Lady (entrambi i film hanno come sfondo uno show televisivo), ma è stato chiaro fin dai primi avvenimenti che ci sarebbe stato poco da ridere – e forse solo in modo nervoso – e tanto da accigliarsi.
“Woman of the Hour” segue la storia cardine di Cheryl Bradshaw, una ragazza che cerca di affermarsi come attrice. La sua vicenda, tuttavia, è intervallata dalle storie dei fatali destini di altre donne, tutte accomunate da un comune denominatore: un uomo dai capelli lunghi con una macchina fotografica sempre a portata di mano e un’affascinante parlantina.
L’alternarsi delle storie – tra l’apparente frivolezza del programma TV di Cheryl e le aggressioni alle donne sconosciute – è disturbante e diventa più incalzante man mano che il minutaggio scorre. Lo spettatore sa che prima o poi le storie si incontreranno e che Cheryl sta per sfiorare lo stesso destino che abbiamo visto colpire altre prima e dopo di lei.

Oltre alle ovvie aggressioni, rappresentate con la minima violenza grafica – e di questo sono contenta, il film mette a disagio anche per le frequenti micro-aggressioni da parte di alcuni personaggi maschili. Una mano che, non richiesta, infrange la bolla dello spazio personale e sposta una ciocca di capelli, un mano che si stringe sul fianco e lo accarezza, l’implicazione di un debito fisico e intimo per quella che non è mai stata puramente un’amicizia con una donna, bensì un presunto rapporto do ut des. E soprattutto, lo sguardo delle donne che passa da tranquillo a cauto a pieno di panico.
Sono soprattutto queste micro-aggressioni ad avermi messa a disagio, eventi che non durano più di qualche secondo, ma che ti segnano perché invadono la tua persona. Mentre guardavo il film mi chiedevo come mi sarei destreggiata io in quelle situazioni: darmi alla fuga, allentare la situazione con risposte pacate e neutre o stare al gioco fino al prossimo checkpoint per scamparla.
Anzi, mi è piaciuto che il film abbia mostrato proprio un personaggio che sceglie di fare “la finta tonta” per prendere tempo e pensare a una soluzione: l’idea che, da qualche parte nel mondo, uno spettatore abbia guardato quella scena e abbia pensato d’impulso che la ragazza se lo fosse meritato e che fosse una deficiente, per poi mangiarsi la lingua – mi dà soddisfazione.



Forse è spoiler dire che il finale mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta, ma ecco, l’ho detto: forse sarete più spronati a guardare Woman of the Hour. Non è un film che punta sul colpo di scena. Come già detto, sin dall’inizio lo spettatore capisce dove si andrà a parare, anzi forse gioca proprio su questo: mostrare a uno spettatore impotente una scena che si è già ripetuta e che si insidia sempre in modo apparentemente innocuo. Far capire allo spettatore che noi sappiamo cosa è successo e noi non faremmo questo se fossimo in loro… ma loro non lo sanno.

Per le tematiche e l’atmosfera, questo film mi ha ricordato “Una donna promettente“, un film del 2020 che avevo snobbato per un po’ prima di convincermi a guardarlo. Una curiosa coincidenza è che in entrambi questi film l’attrice principale è anche la produttrice esecutiva (Anna Kendrick, per l’appunto, e Carey Mulligan).
Una donna promettente ha come protagonista Cassie, una donna che vive una doppia vita: di giorno barista, di notte vendicatrice. Cassie, infatti, si finge ubriaca fradicia nei locali e aspetta. Aspetta che un uomo cerchi di abbordarla, che noti la sua ubriachezza e – nella peggior delle ipotesi – cerchi di approfittare del suo (apparente) stato di incoscienza. Perché ovviamente se l’è cercata: lei ubriaca, vestita succinta, donna.
Cassie non mette in scena tutto questo per sfizio personale, ma ha un chiodo fisso: vendicare la sua cara amica dell’università che si era suicidata dopo aver subito violenza da uno dei loro compagni, anche lui un uomo promettente, ma troppo promettente per essere accusato di qualcosa di così grave.

Le azioni di Carrie possono quasi confondere lo spettatore: discutibili, ma non ree, al contrario delle violenze. Anche io, che ovviamente concordo con l’idea che il modo di vestirsi o il tasso alcolico non sia un invito (quanto è imbarazzante doverlo specificare?), ho dovuto un attimo “combattere” contro il pensiero ingranato nel cervello “eh, ma se non ti vestissi così e non bevessi cosà…”.
No, le azioni di Cassie non sono illegali o fuorvianti. Sono un test, e se fallisci il test sei un aggressore. E’ allucinante che ci siano persone che, vedendo una persona (s)fatta, pensino a prenderne il sopravvento. Chi tace non sta acconsentendo.
Una donna promettente è un film che mi ha tenuto sulle spine e, anche in questo caso, mi ha lasciato con quella necessità di prendermi un minuto di silenzio accigliato per processare il finale. Parla di una colpa condivisa, con conseguenze dirette anche quando l’azione è stata indiretta – un’omissione o un’intimidazione.
Insomma, se vi è piaciuto Una donna promettente forse Woman of the Hour può fare al caso vostro. Due film che parlano di donne e di uomini, e del malsano rapporto che sfortunatamente spesso ancora intercorre tra i due.
Alessia xx




























